Preannunzio di disastro

Un racconto di Mauro Mirci
Qui la seconda e ultima parte

Nel dicembre del 2003, una disposizione della Regione Siciliana obbligava i comuni a costituirsi in società per azioni che avrebbero dovuto gestire il ciclo dei rifiuti di ogni ATO (Ambito Territoriale Ottimale). Nell’isola ne vennero individuati un po’ meno di trenta. La norma prevedeva che se i comuni non avessero agito nel senso indicato, le procedure sarebbero state comunque condotte da un commissario ad acta, a spese degli enti inadempienti. Alla mezzanotte del 31 dicembre 2003, gli ATO erano una realtà, almeno sulla carta. A metà del 2004, quasi nessuna – e forse proprio nessuna – delle società aveva ancora raccolto un solo sacchetto della spazzatura. I comuni continuavano gestire  e a pagare i servizi, anche se, formalmente, non avevano più il potere né il dovere di farlo.

Ma gli ATO non erano ancora in grado di farlo.

La situazione era discretamente ingarbugliata.

Partirono dei fax da Palermo. Erano le convocazioni di molti tavoli tecnici, uno per ogni ATO.

* * *

Mi telefona il capo.

— C’è un tavolo tecnico a Palermo.

— Devo venire anch’io?

— Vuoi venirci?

Nicchio un poco, perché col mio capo, di questi tempi, non corre sangue dolce, ma poi penso che è un buon Cristo, in fin dei conti, e forse ha bisogno di un po’ di conforto.

— C’è anche il vicesindaco.

Il vicesindaco è il prototipo di quello capitato lì per caso. Un esemplare politico tipo, che non sa nulla e ne parla come se avesse capito tutto. Soprattutto non ha mai idea di ciò che fa, ma riesce sempre a dare l’impressione di saperlo fare benissimo. Ha vissuto per anni a carico del padre, s’è sposato a carico del padre, fino ai trent’anni ha venduto lavabi e gabinetti nel negozio del padre. A trent’anni e qualche giorno ha scoperto di avere un talento particolare nel raccontare storie alla gente. Uno con più grilli per la testa si sarebbe convinto di diventare uno scrittore. Lui no. S’è messo in politica. Ha arringato la folla dal palco dei comizi, senza tralasciare il dialogo a quattr’occhi con ogni potenziale elettore. Grazie a questo suo talento ha smesso di farsi mantenere dal padre per mettersi a carico dalla collettività. Risulta disoccupato all’ufficio di collocamento, di fatto viaggia in BMW e la moglie sfoggia pellicce e borse di Louis Vuitton. E pare che non siano imitazioni.

Mi viene in mente qualcun altro che, fino ai trent’anni ha lavorato nella bottega del padre e poi ha iniziato ad arringare folle. Ma la carriera è durata solo fino ai trentatrè. Il mio vicesindaco di anni ne ha già trentotto e tutti i tentativi di crocifiggerlo in consiglio comunale sono stati inutili. Credo sia solo una questione di aspirazioni. Si rischia parecchio a cercare di rendere migliore la gente, pochissimo a irretirla. Il mio vicesindaco ha molto senso pratico. Si accontenta del potere che gli viene dall’occupare una poltrona e di indossare abiti consoni al ruolo istituzionale. Possiede decine di cravatte deliziose. Ha un debole per le cravatte e non mette mai la stessa per due giorni consecutivi. Una volta ne ha regalata una anche a me. Il consiglio voleva una relazione sui costi annuali della raccolta rifiuti e io gliel’ho preparata a tempo di record dimenticando di dire un po’ di cosette che gli sarebbero dispiaciute. Quasi nessuno dei consiglieri s’è accorto di nulla, e chi se n’è accorto s’è ben guardato dal farlo notare. La cravatta è stato un riconoscimento alla mia perizia e un modo per dirmi che mi vedeva simile a lui: uno che spiega le cose già capite e chiarisce quelle ben chiare. In fin dei conti va bene così. Troppi dubbi non vanno d’accordo col quieto vivere e un politico che mira a numerose rielezioni non deve mai turbare il quieto vivere.

A pensarci bene, credo potrebbe fare bene anche senza di me. Anzi, no: ne sono sicuro. Ma si tratta pur sempre di un tavolo tecnico. E oggi non mi va di stare dietro alla scrivania.

— Vabbé, vengo anch’io — dico al mio capo. — Sei sicuro che si parlerà solo di rifiuti?

— Sicuro — risponde lui. — Perché, c’è il caso che si parli d’altro? — Sembra allarmato.

Il mio capo è fatto così. Sembra sicuro del fatto suo, ma ogni mia domanda rischia di gettarlo nel panico. E’ anche lui un bravo ragazzo capitato qui per caso e io sono colui che coi miei dubbi turba ogni giorno il suo quieto vivere. Prima faceva l’insegnante di liceo e spiegava ai suoi alunni le verità della matematica e della fisica. Da quando è stato assunto in comune ha scoperto che la verità si può montare e smontare alla bisogna. Mi piace immaginarlo, la mattina presto, davanti allo specchio, a interrogarsi sulla verità necessaria per il giorno che seguirà; a scegliere l’atteggiamento adeguato a spacciare per autentiche elucubrazioni di comodo e interpretazioni pretestuose di codici e codicilli. Questo è quello che immagino. Quello che so è che deve essergli costato parecchio cancellare dalla sua mente anni di formazione positivista per far tabula rasa di ogni resistenza al volere politico. Ha una grande casa con giardino, un mutuo da pagare, una moglie a carico, tre figli, i desideri propri del borghese medio-alto (l’estate in camper o in residence, visibilità sociale, un futuro senza preoccupazioni, una buona università per i figli, una pensione dignitosa) e non può permettersi troppi dubbi sui desideri del sindaco che lo paga. In fin dei conti ha ragione. Solo chi è come me può permettersi dubbi: sono scapolo, vivo con mia madre. Non mi costa molto allevare dubbi.

— Ci vediamo alle nove in piazza — gli dico.

Alle nove, puntale, sono nella piazzetta davanti all’ingresso del municipio. Nella ventiquattr’ore ho stipato una quantità di documenti e circolari che parlano di rifiuti solidi urbani. Più puntuale di me è giunto l’autista con la Thema blu con le insegne del comune. Meno puntuali giungono il mio capo e il vicesindaco, gli aliti ancora odorosi di caffè e un’ombra di zucchero a velo sul bavero delle giacche. Brevi cenni di saluto.

— Avete già fatto colazione? — chiede cordiale il vicesindaco a me e all’autista, ma è tardi e non attende risposta. Prende posto sul sedile davanti e ci fa segno di salire.

— Prendiamo qualcosa all’autogrill. — Controlla l’orologio. — Oppure a Palermo.

Montiamo tutti in macchina.

— Il presidente non ci sarà — dice seccato il vicesindaco.

— No? — fa il mio capo.

—  Solo il vicecommissario.

Dalla tasca interna della giacca il vicesindaco cava un sigaro gigantesco, inizia a giocherellarci, ne taglia via un’estremità. Infine se lo caccia in bocca e l’accende.

— Non vi dà fastidio, vero? Tu fumi, no?

Mi accorgo che dice a me.

— Sì, fumo.

— Bene.

L’abitacolo di riempie di fumo ancora prima che l’autista abbia girato la chiave. Ma né lui, né il mio capo, fanno presente che loro no, non fumano.

Partiamo. Il conducente tiene a bada con perizia tutti i cavalli motore che, per adesso, si accontentano di andare al passo sotto il cofano. C’è traffico. Un colpetto di acceleratore, il sibilo del turbo che s’eccita per un paio di secondi.

— Metto il lampeggiante? — dice l’autista. Al vicesindaco brillano gli occhi, ma c’è stata maretta in consiglio, tempo fa: qualcuno ha criticato certe manie di protagonismo.

— No, vai piano, tanto è cosa di minuti.

Il paese è piccolo, i cavallini turbo possono riposare ancora un po’.

Siamo fuori dal traffico. L’ultimo semaforo e poi liberi, prima la statale, poi lo scorrimento veloce e quindi l’autostrada. Tra lo scorrimento veloce e l’autostrada una teoria di curve a gomito, inevitabile corollario delle strade di montagna. L’autista strombazza, non si sa mai, qualche camion o un autobus pieno di turisti francesi. Sarebbe ineducato dar loro il benvenuto sfasciandoci contro la fiancata, deturpare il bel logo della società di trasporti e lo sportellone del bagagliaio. Ma la strada è sgombra, sui rari rettilinei il motore riprende fiato e anche l’autista sembra distendersi e regge il volante quasi con delicatezza.

L’autostrada. A19, Catania – Palermo. Non c’è casello. Ci infiliamo dentro con due colpi di sterzo leggerissimi, quasi impercettibili, buoni giusto per assecondare il raggio di curvatura della rampa d’accesso e uscire dalla corsia di accelerazione. Il conducente (che si chiama Vito) pigia sull’acceleratore, il turbo reagisce con orgoglio. Decine e decine di cavalli vapore frustati a sangue scaricano sull’asfalto tutta l’energia dei loro garretti sotto forma di attrito tra i copertoni larghi e il fondo stradale. Quello che non va via in calore e attriti interni si trasmuta in pura velocità. Alberi e guard rail che schizzano all’indietro appena l’occhio li ha intuiti. Il vicesindaco sorride compiaciuto. Dice qualcosa su un corso di guida veloce.

— Eh, Vito? Come gli autisti seri.

Vito grugnisce qualcosa, ma non sembra troppo lusingato dalle parole del vicesindaco. Si vede che pensava di essere un autista serio anche prima che il comune gli pagasse il corso di guida veloce.

Durante il viaggio si discute. Il vicesindaco fa sfoggio di efficientismo, pragmatismo e buonismo. Con abilità acrobatica riesce a intavolare discorsi che partono dal vuoto e al vuoto pervengono, ma con il tono di chi sta enunciando  profondissime massime o indiscutibili verità. Il conducente fissa la carreggiata con sguardo professionale. Gli invidio l’imperturbabilità e la guida fluida; al contempo ammiro il mio capo che riesce a dialogare col vicesindaco come se questi davvero dicesse cose sensate.

Finalmente giungiamo nella capitale del Regno. Si stende lasciva nella grande piana retrostante il golfo, come una prostituta d’alto bordo. La Conca d’oro risplende di luce. Di limoni rimane il minimo sindacale. In compenso abbondano seconde case abusive, lottizzazioni discutibili, villaggi vacanze sorti dalla sera alla mattina, sfasciacarrozze e orribili capannoni industriali. Il vicesindaco osserva incantato lo sfacelo. Mi sembra di intuire i suoi pensieri: sta elaborando gli imput visivi e tirando un conto alla buona di quanti voti può portare la sanatoria di un capannone o la variante urbanistica per uno sfascio. Sono convinto che sia proprio questa la sua personale idea di sviluppo industriale e urbanistico. Poi mi sembra cambi espressione. Probabilmente pensa che non ha ancora abbastanza entrature e consensi in consiglio per organizzare un massacro così in grande scala del nostro territorio comunale. E il sindaco, si dice, ha convinzioni abbastanza di sinistra, addirittura ambientaliste. Gli ha riconosciuto la carica di vice solo per accordi preelettorali, ma sulle politiche del territorio la pensano in maniera diversa. Forse il vicesindaco pensa: “Pazienza, magari alle prossime elezioni.”

Ma forse ho sbagliato tutto. Magari pensava alla corruzione nei palazzi del potere, ai bizantinismi delle leggi regionali che consentono di sanare l’insanabile (un po’ come il potere di resuscitare i morti… be’, non proprio i morti, diciamo i malati gravi), alla potenza delle lobby, ai giri di favori, alla perfetta sudditanza dei dirigenti degli assessorati.

Insomma, non so proprio cosa pensi, ma dice la prima cosa intelligente della giornata (certo, ammesso e non concesso che il soggetto dei suoi pensieri sia la città nella quale siamo diretti).

— Bottana tra le bottane. —

E tace.

La sala che ospiterà il tavolo tecnico è un cupo stanzone mal arredato. Per un po’ attendiamo in anticamera, assieme a politici e burocrati degli altri paesi e paesoni della nostra provincia. Saremo una trentina di persone.

Ci accoglie il vicecommissario delegato all’emergenza rifiuti. La carica di commissario è toccata al presidente della regione, cioè a colui che non è riuscito a evitare l’emergenza. Dal punto di vista operativo fa tutto il vicecommissario. Pensa, organizza e agisce, ligio alle direttive del commissario.

Il vicecommissario è un burocrate d’altissimo rango. Il suo curriculum è nutrito: laurea in giurisprudenza, capo del gabinetto del presidente, tante conoscenze e grande esperienza nelle arti di obbedire e comandare. Non passerà alla storia per aver risolto l’annoso problema, bensì per l’ammontare del suo stipendio.

Si accinge a presiedere il tavolo tecnico, elegantissimo nel suo completo grigio-burocratico. Ignora chi siano molte delle persone che si trova davanti ma, grazie all’esperienza che gli ha conferito il lungo esercizio del potere, riesce di primo acchito a distinguere i notabili dai burocrati, riservando ai primi saluti affettuosi e ai secondi saluti distinti.

Entriamo. Ci accomodiamo attorno a una grande tavola rotonda, come i cavalieri della tavola omonima. Al posto di Re Artù sta il vicecommissario, e di fronte a lui, come fosse un Lancillotto bicefalo, una coppia di alti burocrati regionali. Confabulano con fare confidenziale, ogni tanto ridacchiano. Colgo qualche frase in cui si parla di barche da dodici metri, di mogli che rompono i coglioni, di collaboratrici con poppe rimarchevoli. Mi chiedo che supplemento di salario percepiranno per il solo fatto di essere qui, a quest’ora, seduti a discutere degli affari propri in presenza di estranei.

Faccio un’ultima considerazione: che i cavalieri della tavola rotonda erano meno numerosi di noi, e probabilmente per questo stavano più comodi. Ci sediamo tutti, gomito contro gomito, le valigette portadocumenti sotto il tavolo. Qualche volenteroso tira fuori degli appunti. Io sono tentato, ma decido di no. Estraggo dalla valigetta solo un bloc notes a quadretti con le prime pagine occupate da annotazioni buttate giù durante una giornata di studi sul recupero dei rifiuti da demolizione. Trecentocinquanta euro per ascoltare una mezza dozzina tra funzionari degli assessorati (gli stessi che redigono le disposizioni regionali) e docenti universitari. Le leggo velocemente. E’ già preistoria. Nuove circolari (scritte dagli stessi che avevano spiegato le vecchie), nuove interpretazioni autentiche. “Soldi buttati”. Non penso altro. Si comincia.

Fine prima parte

2 pensieri riguardo “Preannunzio di disastro”

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