Il diario dei morti viventi e il giornalismo partecipativo

Quando non c’è più spazio all’inferno i morti camminano sulla terra.
Era questa la macabra profezia di uno dei personaggi di Zombi, il secondo capitolo della saga dei morti viventi di George Romero, iniziata quarant’anni fa con la celeberrima “notte”.
Confronto-scontro coi temi caldi: razzismo, consumismo, pacifismo, opportunismo e finanche una critica al cuore pulsante della proliferazione incontrollata di fonti d’informazione.
Tutto ebbe inizio con un gruppo che si rifugiava in una casa, con un nero a far da capo sconvolgendo le rigide regole holliwoodiane. E il più antipatico della comitiva che aveva consigliato di chiudersi in cantina e attendere lo sviluppo degli eventi sarà l’unico ad avere ragione, ovviamente inascoltato.
Salto di qualità nel secondo atto, con gli zombi che continuano a recarsi nel tempio della modernità, l’ipermercato. Pur da morti barcollanti lo stimolo a comprare sopravvive. E in ogni dannato capitolo lo spettatore patteggia per gli zombi, che i veri nemici son poi gli uomini che messi alle strette mostrano chi è il vero nemico: loro stessi che inseguono scampoli di potere in una guerra fratricida che non ha nemmeno il movente della sopravvivenza.
Appare chiaro di film in film, dopo l’impegnato “giorno dei morti” degli anni Ottanta, ecco la Terra dei morti del 2005, riuscitissima critica al sogno americano che trasforma anche l’apocalisse in un generatore di nuova ricchezza. Titanico scontro tra il benzinaio zombi e l’antipatico miliardario che sogna d’arricchirsi in una nuova torre di Babele, dove ogni stanza viene venduta a caro prezzo, come se avesse ancora un senso accapigliarsi per quegli inutili bigliettoni, ultimo scampolo d’una umanità ormai tramontata.
E nel 2007 Romero ha partorito un nuovo inizio, lo splendido “Diario dei morti viventi” – inedito in Italia ma disponibile sui circuiti paralleli di file sharing con provvidenziali sottotitoli – un nuovo principio per la saga zombesca, attualizzata. Stavolta l’obiettivo polemico è il mondo dei media e la necessità d’un’informazione non filtrata. Riflessione necessaria.
La tv e la radio avevano accompagnato la diffusione del misterioso virus, ora tocca al web e ai blog. E il protagonista è uno studente di cinema che continuerà a riprendere sino all’ultimo, anche la sua morte per diffondere la verità, riecheggiando il Serafino Gubbio di pirandelliana memoria. Diventando tutt’uno con la sua cinepresa, montando tra un attacco e l’altro il film e caricandolo sul web, dove in appena otto minuti ottiene 72000 visite. Il film lo continuerà la sua fidanzata comprendendo solo alla fine la necessità di condividere conoscenza sfruttando i nuovi media, con l’ultima scena che rinfocola il dubbio: chi sono i veri mostri? Gli zombi o gli uomini che continuano ad ammazzarsi?

Quando non c’è più spazio all’inferno i morti camminano sulla terra.

Era questa la macabra profezia di uno dei personaggi di Zombi, il secondo capitolo della saga dei morti viventi di George Romero, iniziata quarant’anni fa con la celeberrima “notte”.

Confronto-scontro coi temi caldi: razzismo, consumismo, pacifismo, opportunismo e finanche una critica al cuore pulsante della proliferazione incontrollata di fonti d’informazione.

Tutto ebbe inizio con un gruppo che si rifugiava in una casa, con un nero a far da capo sconvolgendo le rigide regole holliwoodiane. E il più antipatico della comitiva che aveva consigliato di chiudersi in cantina e attendere lo sviluppo degli eventi sarà l’unico ad avere ragione, ovviamente inascoltato.

Salto di qualità nel secondo atto, con gli zombi che continuano a recarsi nel tempio della modernità, l’ipermercato. Pur da morti barcollanti lo stimolo a comprare sopravvive. E in ogni dannato capitolo lo spettatore patteggia per gli zombi, che i veri nemici son poi gli uomini che messi alle strette mostrano chi è il vero nemico: loro stessi che inseguono scampoli di potere in una guerra fratricida che non ha nemmeno il movente della sopravvivenza.

Appare chiaro di film in film, dopo l’impegnato “giorno dei morti” degli anni Ottanta, ecco la Terra dei morti del 2005, riuscitissima critica al sogno americano che trasforma anche l’apocalisse in un generatore di nuova ricchezza. Titanico scontro tra il benzinaio zombi e l’antipatico miliardario che sogna d’arricchirsi in una nuova torre di Babele, dove ogni stanza viene venduta a caro prezzo, come se avesse ancora un senso accapigliarsi per quegli inutili bigliettoni, ultimo scampolo d’una umanità ormai tramontata.

E nel 2007 Romero ha partorito un nuovo inizio, lo splendido “Diario dei morti viventi” – inedito in Italia ma disponibile sui circuiti paralleli di file sharing con provvidenziali sottotitoli – un nuovo principio per la saga zombesca, attualizzata. Stavolta l’obiettivo polemico è il mondo dei media e la necessità d’un’informazione non filtrata. Riflessione necessaria.

La tv e la radio avevano accompagnato la diffusione del misterioso virus, ora tocca al web e ai blog. E il protagonista è uno studente di cinema che continuerà a riprendere sino all’ultimo, anche la sua morte per diffondere la verità, riecheggiando il Serafino Gubbio di pirandelliana memoria. Diventando tutt’uno con la sua cinepresa, montando tra un attacco e l’altro il film e caricandolo sul web, dove in appena otto minuti ottiene 72000 visite. Il film lo continuerà la sua fidanzata comprendendo solo alla fine la necessità di condividere conoscenza sfruttando i nuovi media, con l’ultima scena che rinfocola il dubbio: chi sono i veri mostri? Gli zombi o gli uomini che continuano ad ammazzarsi per niente?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *