Aristotele, Leopardi e Zanzotto: la “sorella del sole” e il mondo sub lunare

Aristotele, Leopardi e Zanzotto:  la “sorella del sole” e il mondo sub lunare
di Maria Renda e Tonino Pintacuda
Siamo soliti pensare al binomio luna-poesia come a qualcosa di piuttosto banale, immaginando penne sospirose e cuori innamorati col naso verso l’alto a cercare conforto.
Ma che cos’è la Luna?
Pieni di scienza possiamo rispondere facilmente a questa domanda: la Luna è semplicemente un satellite, un pezzo di pietra inerte, che ruota intorno alla Terra senza neppure risplendere di luce propria. Eppure io credo che, persino nella coscienza di noi moderni che sulla Luna abbiamo visto i nostri simili scorazzare, essa sia rimasta “terra di confine”, meta vagheggiata, fonte di meraviglia e, per ciò stesso direbbe Aristotele, di conoscenza.
Mondo sublunare e mondo sovra lunare
Proprio Aristotele aveva diviso tutto il cosmo tra mondo sub lunare e mondo sovra lunare, la Luna sta nel mezzo a dividere ma anche a tenere insieme, come colta da uno strano destino che la conduce a non essere troppo lontana ma neppure eccessivamente vicina, quasi lasciata al paradosso di non essere altro ma di non riuscire ad essere terra; la Luna sospesa e lontana, familiare e diversa; la Luna dal duplice volto, tanto generosa nel mostrarcene uno quanto attenta a nascondere l’altro; la Luna ogni notte diversa e ogni notte uguale; la Luna è, per questa sua stessa potenzialità di essere sempre un’altra, l’immagine stessa della possibilità che si moltiplica all’infinito e, se la poesia è “vivere nella possibilità”, della poesia stessa. Resta da capire che cosa cerchi questa poesia “col naso all’insù”, se nella Luna cerchi la possibilità della fuga e dell’astrazione oppure se, come ha scritto Jorge Luis Borges, essa è lo specchio delle nostre possibilità:
è uno dei simboli cha all’uomo
dà il fato o il caso perché in un giorno
di esaltazione gloriosa o di agonia
possa scrivere il proprio vero nome.
Per i Greci, d’altra parte la natura di questa “sorella del Sole”, come chiamerà Leopardi Selene, non era affatto univoca: ella era la creatura luminosa che riempiva di splendore il cielo notturno, ma era invocata anche sulla terra come Artemide, la dea delle selve rappresentata come una cacciatrice, e sotto terra era venerata come Ecate, regina nell’oscurità dell’Ade. La sua natura triadica si carica di profonde valenze,  poiché «la triade – dice Aristotele nel De coelo – è il numero del tutto, in quanto essa racchiude inizio centro e fine».  Dunque che la Luna sia triplice è per noi conferma che non è affatto univoca: essa risplende nel cielo, ma allo stesso tempo abbraccia e vive la terra, come Artemide, e questa sua capacità di essere sulla terra diventa pervasiva, trasformandola in Ecate; una dea potente che moltiplica il cui volto può essere ulteriormente moltiplicato: infatti così come duplice è il volto della Luna, luminoso e sempre offerto al nostro sguardo l’uno, celato e oscuro, fonte da sempre di curiosità l’altro, altresì duplice è il suo percorso, prima crescente poi calante. La Luna diventa immagine stessa di una metamorfosi continua, eppure questa capacità di costante trasformazione e rigenerazione non possiamo considerarla fine a sé stessa, non è qualcosa che riguarda il cielo e abbandona a sé stessa la terra (se così fosse Selene non sarebbe anche Artemide). La Luna è triplice ed è il tutto e, per completare la frase di Aristotele che abbiamo citato, «noi ci serviamo di questo numero […] come avessimo ricevuto dalle mani della natura le sue leggi», quindi questa Luna dal triplice volto, questa Luna in perenne metamorfosi è riflesso di qualcosa in perenne trasformazione anch’essa, ritroviamo nella Luna le chiavi per capire la natura, in ciò che è apparentemente lontano ritroviamo la terra, ritroviamo noi stessi. Nel cielo, rinveniamo  la natura in cui siamo immersi e di cui siamo parte, quella natura che sola non mente e che, proprio per questo, potremmo dire, è voce che parla al poeta. Tale funzione della poesia era ben chiara ad Aristotele, come egli afferma al principio della poetica «le radici stesse del poetare sono naturali (physikài)»,  ebbene pare proprio che ciò voglia dire che essa si nutre di quel perenne rigenerarsi di possibilità che è nel mondo.
La luna recanatese
Ritroviamo questo stesso modo di vivere la poesia, di svelare attraverso la poesia la natura che è intorno all’uomo e con l’uomo nei versi di Giacomo Leopardi, uno dei poeti più dotti della nostra storia letteraria, e in quelli di Andrea Zanzotto, che arriva alla fine ad affermare che la vera poesia è la geologia, perché solo questa esprime il vero che è nella natura. In due poemetti “col naso all’in su” il poeta di Recanati e quello di Pieve di Soligo si rivolgono proprio alla luna.
Non c’è qui modo di leggere integralmente le due opere, la prima delle quali non fu mai pubblicata da Leopardi e si legge oggi tra i suoi frammenti, con il titolo “L’appressamento della morte”.
La Luna diviene in questi versi protagonista e spettatrice di un meraviglioso paesaggio notturno, eppure questa luna che è natura e, quindi anche umano sentire, non può fare a meno di manifestare un sentimento di soddisfazione e un orizzonte di attese, diremmo quasi di speranza e di quieta soddisfazione:
sola tenea la taciturna via
la donna, e il vento che gli odori spande,
molle passar sul volto sentia.
Se lieta fosse, è van che tu dimande:
piacer prendea di quella vista, e il bene
che il cor le prometteva era più grande.
Il dispiegarsi improvviso di un temporale turba la quiete ed ancora una volta il suo è un sentimento umano di stupore e di paura. Non a caso Leopardi ricorre in questi versi a una reminiscenza dell’ovidiana trasfigurazione di Dafne, come in questo personaggio, ciò che è dell’uomo e ciò che è della natura si fondono, la luna è umanità e naturalità perfettamente compresi l’uno nell’altro, ancora una volta essa diviene elemento di discrimine, luogo di confine:
Talvolta ella ristava, e l’aer tetro
guardava sbigottita, e poi correa,
sì che i panni e le chiome ivano indietro.
La poesia si chiude con la Luna fatta pietra non già – come ci ammoniscono i commentatori di Leopardi – dalla morte, come potrebbe indurci a ritenere il titolo ma dal timore della stessa:
e si rivolse indietro. E in quel momento
si spense il lampo, e tornò buio l’etra,
ed acchetossi il tuono, e stette il vento.
Taceva il tutto; ed ella era di pietra.
Ci direbbe Aristotele che il poeta, ascoltando la Luna e aprendo la propria comprensione alla natura, ha riportato ai suoi lettori una verità che già era nel mondo e per il mondo. Dunque il poeta di Recanati non guarda verso l’alto vagheggiando una fuga, ma la possibilità che è nel cielo ci appare come possibilità dell’uomo e di questo ci parla.
A questo componimento di Leopardi fa costante riferimento Zanzotto nel suo poemetto Senhal, scritto immediatamente dopo lo sbarco sulla Luna nel 1969.
La luna ferita
«Infatti gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’intero universo».
Aristotele nella Poetica specifica che  «occorre che il poeta parli pochissimo di sé»: il poeta, infatti,  è tale – e sicuramente, secondo Aristotele lo sarebbe stato Leopardi – solo se si dimostra capace di sentire la voce della vera natura e di ascoltarla, esattamente come abbiamo ricordato «le radici stesse del poetare sono naturali». Andrea Zanzotto interpreta tale passo alla lettera e cerca di recuperare un dialogo puro con la Natura, purificato proprio dall’apparato metaforico del ghiaccio e della neve che sono centrali nella sua opera.
La neve difatti era necessaria per purificare le valli trevigiane dopo gli orrori della Guerra ed è una precisa eredità hölderliniana. La Luna – ed è per questo che parliamo del poeta in questa sede – è il referente astratto che simboleggia una perdita irreparabile per tutti gli uomini: dopo essersi presi tutta la Terra, in piena Guerra Fredda, la sfida tra gli Usa e l’Urss si giocava anche negli spazi siderali. Arrivarono prima gli americani e l’uomo perse anche la Luna che, da sempre, era la compagna di vita, lontana ma al tempo stesso così vicina, capace di magie e incantamenti : è nella luna che Ludovico Ariosto riporrà il senno perduto del suo protagonista. L’uomo ha superato il limite della dimensione onirica, con quel piccolo passo ha distrutto per sempre le notti col naso all’insù, a guardare la Luna crescere e decrescere, ridere e sogghignare con la sua faccia di teschio spolpato.
Zanzotto ne è ferito, anticipa ogni possibile conclusione. Sa che, anche se l’uomo non è veramente allunato, non c’è più spazio per le belle bugie dei poeti. Ci hanno tolto anche il tempo dei baci al chiaro di luna. E Zanzotto nel poemetto recupera la dimensione onirica, lo fa nell’unico spazio possibile, quello del dialogo. Dopo aver duettato con Diana, Ecate e Selene inizia a collaudare la nuova lingua che l’esperienza della Beltà gli ha consegnato. Ha nuovi strumenti espressivi e li testa nell’unico spazio possibile: quello delle sue amate righe mozze in cui cerca di ricucire lo strappo. Ma l’arte è cambiata e con essa i moduli espressivi.
La poesia fagocita ogni cosa: dalle canzonette di Modugno ai fumetti alla moda con discinte protagoniste con i nomi che per anglofilia finiscono inspiegabilmente tutti in –ik. Prima era il tempo delle pennellate dense e corpose, in un realismo lirico e sofferto. Ora è il tempo di Pollock e della Pop Art. Ecco: Gli sguardi, i Fatti e Senhal è un quadro poetico figlio dell’avanguardia: è un quadro pop in poesia. Contiene tutto e il contrario di tutto.
La neve, che ha tanta parte nella sua poesia, è rappresentazione del congelamento dell’acqua vitale dopo il grande freddo della Guerra che l’ha cristallizzata tra le valli trevigiane. Ed è proprio tra le sue valli che il Poeta deve cercare quello che  sarà l’unico ponte possibile per recuperare il senso della sacralità dell’esistenza umana, calata in una particolarissima visione panteistica. Rileggiamo, solo a questo punto, quello che scriveva Hölderlin:
«Essere uno con il tutto, questo è il vivere degli dei; questo è il cielo per l’uomo […] Essere uno con tutto ciò che vive! Con queste parole la virtù depone la sua austera corazza, lo spirito umano lo scettro e tutti i pensieri si disperdono innanzi all’immagine del mondo eternamente uno […] e la ferrea fatalità rinuncia al suo potere e la morte scompare dalla società delle creature e l’indissolubilità e l’eterna giovinezza rendono felice e bello il mondo […] un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette […] »
Zanzotto recupera, sulla scia del classicismo hölderliniano, il ruolo del Poeta così come l’ha delineato Esiodo nel principio della Teogonia.
Prima di accostarci al testo esiodeo, punto di snodo capitale per comprendere qual è il ruolo della poesia in questa nostra vita, dobbiamo ritornare alle origini, che poi è esattamente quello che fa Zanzotto nel recupero del petél, la lingua della sua infanzia, quella che segue le lallazioni e le olofrasi e che poi, inevitabilmente, cede il passo al linguaggio storicamente determinato.
Le origini non possono essere che in Omero, tutto discende dal Grande Cieco di Chio. Cieco proprio perché ha osato alzare gli occhi al sole per narrare vizi e virtù delle divinità olimpiche. Lasciamo da parte l’Iliade e discendiamo nella dimensione ctonia dell’incontro – presumibilmente alle pendici dell’Etna – tra Odisseo polỳtropos, l’eroe dalla mente colorata  e Polifemo.
La filosofia inizia coi doppi discorsi che Ulisse svende al ciclope. Appena dice di chiamarsi Nessuno, la strada dell’Occidente è segnata: il logos non ha più un significato univoco.
La strada per Esiodo e le sue belle bugie simili a verità è stata appena disegnata. Si annodano le esperienze, si mischiano mille storie di rapimenti, di amori passionali consumati sotto la faccia di teschio spolpato della Luna.
Il vero poeta deve seguire solo il consiglio di Pindaro e raggranellare i suoi personalissimi kairói. Quali siano gli eventi che Zanzotto capitalizza sotto forma di poesia appare chiaro. E meno oscuro dovrebbe risultare il ruolo fondamentale giocato dalla Neve nel suo percorso poetico. Riepiloghiamo: la Neve è il sacrario sotto cui attende la voce del mondo che il poeta deve imparare ad ascoltare, essa inizierà il suo sempiterno canto al principio di una nuova estate che tarda ad arrivare.
La Luna da referente extra-umano è divenuta l’unica spettatrice della nostra quotidiana guerra contro il rumore dei linguaggi specialistici che ci allontanano sempre più: il meccanico non capisce il medico e il medico capisce solo un altro medico.
Il poeta gioca allora un ruolo di capitale importanza, deve sacrificare il proprio vissuto per diventare medium di un messaggio universale che – se tutto andrà nella direzione giusta – costituirà la lingua franca che farà dimenticare la torre di Babele. Questi anni si collocano – il titolo del celeberrimo  George Steiner è quanto mai appropriato – proprio dopo Babele. Ecco la missione del poeta: imparare a tacere, come gli suggeriva dolcemente la Luna all’inizio di Senhal. Ma il poeta deve essere capace di inserirsi in una virtuosa staffetta, il Senhal deve essere ereditato da un altro, se questi si dimostra capace di parlare a sua volta il linguaggio adamitico della vera poesia. La speranza è allora abbarbicata sugli steli di gialli topinambur che bucano la Neve e ridonano all’uomo quello che più gli pertiene: il Soggetto.
Quindi c’è ancora speranza per l’uomo, è questo il senso della poesia di Zanzotto successiva alla Trilogia. La riabilitazione, se possibile, può soltanto essere eterna. Eterna perché non ha avuto un inizio e non avrà mai fine. L’eterna riabilitazione dell’uomo è proprio la poesia:
G. Mi pare di capire che l’eterna riabilitazione è la poesia.
Z: Sì, l’eterna riabilitazione è anche il vissuto che è connesso al farsi continuo della poesia; nello stesso tempo per ci sono i terribili limiti della poesia che nasce e muore in una lingua storica.  Fra gli scrittori migranti, ce ne sono tantissimi che scrivono direttamente in inglese, anche quelli dell’ex Impero.  Là il valore del significante è molto più basso, perché è la differenza dei contenuti che porta la poesia: il significante scompare.  Forse con studi più attenti si potrà scoprire il tipo di genesi che c’è anche nei poeti dell’Impero britannico; perché vengono da un fondo diverso.  Quando Dante scriveva la Commedia, il punto unico che affermava la sua identità era il Battistero.
Il poeta è tale solo in virtù della sua capacità di trovare i più appropriati nessi tra due campi semantici sempre più lontani. L’attributo spiccatamente umano diventa allora la metafora, l’uomo non è uomo perché possiede il linguaggio ma perché, con questo indispensabile bagaglio, può legare pezzi di mondo che altrimenti resterebbero monadi: la metaforicità è tipica del dialetto, ecco spiegata nuovamente l’esigenza del petèl. Ed ecco perché il debito di riconoscenza con il poeta di Lauffen am Neckar si estingue nella fondamentale Elegia in petèl:
Questo viaggio verso l’origine della poesia ci conduce alle pendici dell’Elicona dove tutto ebbe inizio, con Esiodo e le sue Muse che si riferiscono proprio a noi, uomini d’oggi, ridotti a mero istinto, istinto che coincide con i nostri ventri, con quella pancia che solo saziata ci consente di metterci in cammino verso la soluzione di queste nostra incursione, che per forza di cose infittisce quello che vorrebbe svelare:
“O pastori, cui la campagna è casa, mala genia, solo ventre,
noi sappiamo dire molte menzogne simili al vero,
ma sappiamo anche, quando vogliamo, il vero cantare”.
Menzogna e verità, dinanzi ad entrambe l’uomo stringe gli occhi, abbagliato. Stringiamo gli occhi anche noi, ritorniamo alla nostra origine, nel ventre della terra, come facevano i fratelli Taviani superando e celebrando Pirandello in Kaos. La scena dei bambini che si lasciano scivolare dalla montagna è perfettamente collimante. Sono gli archetipali sette anni in cui basta uno scolapasta usato come elmo per sognare d’essere re e imperatore.
E con gli occhi serrati rivediamo l’epilogo, la scena finale eternizzata dall’ultima folgorante scena del film American Beauty:
I guess I could be pretty pissed off about what happened to me… but it’s hard to stay mad, when there’s so much beauty in the world. Sometimes I feel like I’m seeing it all at once, and it’s too much, my heart fills up like a balloon that’s about to burst…
…and then I remember to relax, and stop trying to hold on to it, and then it flows through me like rain and I can’t feel anything but gratitude for every single moment of my stupid little life…
You have no idea what I’m talking about, I’m sure. But don’t worry…
You will someday.
Finiva così: un giorno lo sapremo. Sapremo come la bellezza del mondo riempie l’amore e il cranio prima che l’anima voli via. Com’essa tracimi verso il cielo che fu solo della Luna. Che può fare l’uomo davanti al mistero della sua origine?
Stringere gli occhi perché abbagliato, come facciamo quando il sole riverbera le sue sciabolate di luce in una landa innevata. La Poesia coincide con l’essenza stessa del mistero, a voler credere alle etimologie che tanto piacevano ad Heidegger e ai suoi epigoni più o meno abili, “mistero” deriva dal latino mysterium, ma anche dal greco Mystes (cioè “iniziato”). Mystes deriva dal verbo myo, che sta per “stringo”, mi chiudo, da cui anche miope.
Mysticos, mistico, propriamente significa “misterioso, riguardante i misteri”. Che poi, dicevamo, è la stessa radice di miope: colui che non riesce a guardare lontano rimedia al suo deficit strizzando gli occhi.
Questa è l’etimologia, una linea che conduce all’origine, sulla scia di quanto Consolo pone a suggello del proemio al suo splendido “Spasimo di Palermo”, lì dove proprio storia, mito, verità e dolore si incagliano: «Ora la calma t’aiuti a ritrovare il nome tuo d’un tempo, il punto di partenza». Siamo autorizzati in questa direzione proprio dal fatto che Vincenzo Consolo, prima del tragico epilogo dello Spasimo, dedica proprio un paragrafo al poeta di Pieve di Soligo.
E allora la poesia, che è vera storia, non può fare altro che aspirare a diventare foriera di nuova e rafforzata speranza.

di Maria Renda e Tonino Pintacuda

Siamo soliti pensare al binomio luna-poesia come a qualcosa di piuttosto banale, immaginando penne sospirose e cuori innamorati col naso verso l’alto a cercare conforto.

Ma che cos’è la Luna?

Pieni di scienza possiamo rispondere facilmente a questa domanda: la Luna è semplicemente un satellite, un pezzo di pietra inerte, che ruota intorno alla Terra senza neppure risplendere di luce propria. Eppure io credo che, persino nella coscienza di noi moderni che sulla Luna abbiamo visto i nostri simili scorazzare, essa sia rimasta “terra di confine”, meta vagheggiata, fonte di meraviglia e, per ciò stesso direbbe Aristotele, di conoscenza.

Mondo sublunare e mondo sovra lunare

Proprio Aristotele aveva diviso tutto il cosmo tra mondo sub lunare e mondo sovra lunare, la Luna sta nel mezzo a dividere ma anche a tenere insieme, come colta da uno strano destino che la conduce a non essere troppo lontana ma neppure eccessivamente vicina, quasi lasciata al paradosso di non essere altro ma di non riuscire ad essere terra; la Luna sospesa e lontana, familiare e diversa; la Luna dal duplice volto, tanto generosa nel mostrarcene uno quanto attenta a nascondere l’altro; la Luna ogni notte diversa e ogni notte uguale; la Luna è, per questa sua stessa potenzialità di essere sempre un’altra, l’immagine stessa della possibilità che si moltiplica all’infinito e, se la poesia è “vivere nella possibilità”, della poesia stessa. Resta da capire che cosa cerchi questa poesia “col naso all’insù”, se nella Luna cerchi la possibilità della fuga e dell’astrazione oppure se, come ha scritto Jorge Luis Borges, essa è lo specchio delle nostre possibilità:

è uno dei simboli cha all’uomo
dà il fato o il caso perché in un giorno
di esaltazione gloriosa o di agonia
possa scrivere il proprio vero nome.

Per i Greci, d’altra parte la natura di questa “sorella del Sole”, come chiamerà Leopardi Selene, non era affatto univoca: ella era la creatura luminosa che riempiva di splendore il cielo notturno, ma era invocata anche sulla terra come Artemide, la dea delle selve rappresentata come una cacciatrice, e sotto terra era venerata come Ecate, regina nell’oscurità dell’Ade. La sua natura triadica si carica di profonde valenze,  poiché «la triade – dice Aristotele nel De coelo – è il numero del tutto, in quanto essa racchiude inizio centro e fine».

Dunque che la Luna sia triplice è per noi conferma che non è affatto univoca: essa risplende nel cielo, ma allo stesso tempo abbraccia e vive la terra, come Artemide, e questa sua capacità di essere sulla terra diventa pervasiva, trasformandola in Ecate; una dea potente che moltiplica il cui volto può essere ulteriormente moltiplicato: infatti così come duplice è il volto della Luna, luminoso e sempre offerto al nostro sguardo l’uno, celato e oscuro, fonte da sempre di curiosità l’altro, altresì duplice è il suo percorso, prima crescente poi calante. La Luna diventa immagine stessa di una metamorfosi continua, eppure questa capacità di costante trasformazione e rigenerazione non possiamo considerarla fine a sé stessa, non è qualcosa che riguarda il cielo e abbandona a sé stessa la terra (se così fosse Selene non sarebbe anche Artemide).

La Luna è triplice ed è il tutto e, per completare la frase di Aristotele che abbiamo citato, «noi ci serviamo di questo numero […] come avessimo ricevuto dalle mani della natura le sue leggi», quindi questa Luna dal triplice volto, questa Luna in perenne metamorfosi è riflesso di qualcosa in perenne trasformazione anch’essa, ritroviamo nella Luna le chiavi per capire la natura, in ciò che è apparentemente lontano ritroviamo la terra, ritroviamo noi stessi. Nel cielo, rinveniamo  la natura in cui siamo immersi e di cui siamo parte, quella natura che sola non mente e che, proprio per questo, potremmo dire, è voce che parla al poeta. Tale funzione della poesia era ben chiara ad Aristotele, come egli afferma al principio della poetica «le radici stesse del poetare sono naturali (physikài)»,  ebbene pare proprio che ciò voglia dire che essa si nutre di quel perenne rigenerarsi di possibilità che è nel mondo.

La luna recanatese

Ritroviamo questo stesso modo di vivere la poesia, di svelare attraverso la poesia la natura che è intorno all’uomo e con l’uomo nei versi di Giacomo Leopardi, uno dei poeti più dotti della nostra storia letteraria, e in quelli di Andrea Zanzotto, che arriva alla fine ad affermare che la vera poesia è la geologia, perché solo questa esprime il vero che è nella natura. In due poemetti “col naso all’in su” il poeta di Recanati e quello di Pieve di Soligo si rivolgono proprio alla luna.

Non c’è qui modo di leggere integralmente le due opere, la prima delle quali non fu mai pubblicata da Leopardi e si legge oggi tra i suoi frammenti, con il titolo “L’appressamento della morte”.

La Luna diviene in questi versi protagonista e spettatrice di un meraviglioso paesaggio notturno, eppure questa luna che è natura e, quindi anche umano sentire, non può fare a meno di manifestare un sentimento di soddisfazione e un orizzonte di attese, diremmo quasi di speranza e di quieta soddisfazione:


sola tenea la taciturna via
la donna, e il vento che gli odori spande,
molle passar sul volto sentia.

Se lieta fosse, è van che tu dimande:
piacer prendea di quella vista, e il bene
che il cor le prometteva era più grande.

Il dispiegarsi improvviso di un temporale turba la quiete ed ancora una volta il suo è un sentimento umano di stupore e di paura. Non a caso Leopardi ricorre in questi versi a una reminiscenza dell’ovidiana trasfigurazione di Dafne, come in questo personaggio, ciò che è dell’uomo e ciò che è della natura si fondono, la luna è umanità e naturalità perfettamente compresi l’uno nell’altro, ancora una volta essa diviene elemento di discrimine, luogo di confine:


Talvolta ella ristava, e l’aer tetro
guardava sbigottita, e poi correa,
sì che i panni e le chiome ivano indietro.

La poesia si chiude con la Luna fatta pietra non già – come ci ammoniscono i commentatori di Leopardi – dalla morte, come potrebbe indurci a ritenere il titolo ma dal timore della stessa:

e si rivolse indietro. E in quel momento
si spense il lampo, e tornò buio l’etra,
ed acchetossi il tuono, e stette il vento.
Taceva il tutto; ed ella era di pietra.

Ci direbbe Aristotele che il poeta, ascoltando la Luna e aprendo la propria comprensione alla natura, ha riportato ai suoi lettori una verità che già era nel mondo e per il mondo. Dunque il poeta di Recanati non guarda verso l’alto vagheggiando una fuga, ma la possibilità che è nel cielo ci appare come possibilità dell’uomo e di questo ci parla.

A questo componimento di Leopardi fa costante riferimento Zanzotto nel suo poemetto Senhal, scritto immediatamente dopo lo sbarco sulla Luna nel 1969.

La luna ferita

«Infatti gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’intero universo».

Aristotele nella Poetica specifica che  «occorre che il poeta parli pochissimo di sé»: il poeta, infatti,  è tale – e sicuramente, secondo Aristotele lo sarebbe stato Leopardi – solo se si dimostra capace di sentire la voce della vera natura e di ascoltarla, esattamente come abbiamo ricordato «le radici stesse del poetare sono naturali». Andrea Zanzotto interpreta tale passo alla lettera e cerca di recuperare un dialogo puro con la Natura, purificato proprio dall’apparato metaforico del ghiaccio e della neve che sono centrali nella sua opera.

La neve difatti era necessaria per purificare le valli trevigiane dopo gli orrori della Guerra ed è una precisa eredità hölderliniana. La Luna – ed è per questo che parliamo del poeta in questa sede – è il referente astratto che simboleggia una perdita irreparabile per tutti gli uomini: dopo essersi presi tutta la Terra, in piena Guerra Fredda, la sfida tra gli Usa e l’Urss si giocava anche negli spazi siderali. Arrivarono prima gli americani e l’uomo perse anche la Luna che, da sempre, era la compagna di vita, lontana ma al tempo stesso così vicina, capace di magie e incantamenti : è nella luna che Ludovico Ariosto riporrà il senno perduto del suo protagonista. L’uomo ha superato il limite della dimensione onirica, con quel piccolo passo ha distrutto per sempre le notti col naso all’insù, a guardare la Luna crescere e decrescere, ridere e sogghignare con la sua faccia di teschio spolpato.

Zanzotto ne è ferito, anticipa ogni possibile conclusione. Sa che, anche se l’uomo non è veramente allunato, non c’è più spazio per le belle bugie dei poeti. Ci hanno tolto anche il tempo dei baci al chiaro di luna. E Zanzotto nel poemetto recupera la dimensione onirica, lo fa nell’unico spazio possibile, quello del dialogo. Dopo aver duettato con Diana, Ecate e Selene inizia a collaudare la nuova lingua che l’esperienza della Beltà gli ha consegnato. Ha nuovi strumenti espressivi e li testa nell’unico spazio possibile: quello delle sue amate righe mozze in cui cerca di ricucire lo strappo. Ma l’arte è cambiata e con essa i moduli espressivi.

La poesia fagocita ogni cosa: dalle canzonette di Modugno ai fumetti alla moda con discinte protagoniste con i nomi che per anglofilia finiscono inspiegabilmente tutti in –ik. Prima era il tempo delle pennellate dense e corpose, in un realismo lirico e sofferto. Ora è il tempo di Pollock e della Pop Art. Ecco: Gli sguardi, i Fatti e Senhal è un quadro poetico figlio dell’avanguardia: è un quadro pop in poesia. Contiene tutto e il contrario di tutto.

La neve, che ha tanta parte nella sua poesia, è rappresentazione del congelamento dell’acqua vitale dopo il grande freddo della Guerra che l’ha cristallizzata tra le valli trevigiane. Ed è proprio tra le sue valli che il Poeta deve cercare quello che  sarà l’unico ponte possibile per recuperare il senso della sacralità dell’esistenza umana, calata in una particolarissima visione panteistica. Rileggiamo, solo a questo punto, quello che scriveva Hölderlin:

«Essere uno con il tutto, questo è il vivere degli dei; questo è il cielo per l’uomo […] Essere uno con tutto ciò che vive! Con queste parole la virtù depone la sua austera corazza, lo spirito umano lo scettro e tutti i pensieri si disperdono innanzi all’immagine del mondo eternamente uno […] e la ferrea fatalità rinuncia al suo potere e la morte scompare dalla società delle creature e l’indissolubilità e l’eterna giovinezza rendono felice e bello il mondo […] un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette […] »

Zanzotto recupera, sulla scia del classicismo hölderliniano, il ruolo del Poeta così come l’ha delineato Esiodo nel principio della Teogonia.

Prima di accostarci al testo esiodeo, punto di snodo capitale per comprendere qual è il ruolo della poesia in questa nostra vita, dobbiamo ritornare alle origini, che poi è esattamente quello che fa Zanzotto nel recupero del petél, la lingua della sua infanzia, quella che segue le lallazioni e le olofrasi e che poi, inevitabilmente, cede il passo al linguaggio storicamente determinato.

Le origini non possono essere che in Omero, tutto discende dal Grande Cieco di Chio. Cieco proprio perché ha osato alzare gli occhi al sole per narrare vizi e virtù delle divinità olimpiche. Lasciamo da parte l’Iliade e discendiamo nella dimensione ctonia dell’incontro – presumibilmente alle pendici dell’Etna – tra Odisseo polỳtropos, l’eroe dalla mente colorata  e Polifemo.

La filosofia inizia coi doppi discorsi che Ulisse svende al ciclope. Appena dice di chiamarsi Nessuno, la strada dell’Occidente è segnata: il logos non ha più un significato univoco.

La strada per Esiodo e le sue belle bugie simili a verità è stata appena disegnata. Si annodano le esperienze, si mischiano mille storie di rapimenti, di amori passionali consumati sotto la faccia di teschio spolpato della Luna.

Il vero poeta deve seguire solo il consiglio di Pindaro e raggranellare i suoi personalissimi kairói. Quali siano gli eventi che Zanzotto capitalizza sotto forma di poesia appare chiaro. E meno oscuro dovrebbe risultare il ruolo fondamentale giocato dalla Neve nel suo percorso poetico. Riepiloghiamo: la Neve è il sacrario sotto cui attende la voce del mondo che il poeta deve imparare ad ascoltare, essa inizierà il suo sempiterno canto al principio di una nuova estate che tarda ad arrivare.

La Luna da referente extra-umano è divenuta l’unica spettatrice della nostra quotidiana guerra contro il rumore dei linguaggi specialistici che ci allontanano sempre più: il meccanico non capisce il medico e il medico capisce solo un altro medico.

Il poeta gioca allora un ruolo di capitale importanza, deve sacrificare il proprio vissuto per diventare medium di un messaggio universale che – se tutto andrà nella direzione giusta – costituirà la lingua franca che farà dimenticare la torre di Babele. Questi anni si collocano – il titolo del celeberrimo  George Steiner è quanto mai appropriato – proprio dopo Babele. Ecco la missione del poeta: imparare a tacere, come gli suggeriva dolcemente la Luna all’inizio di Senhal. Ma il poeta deve essere capace di inserirsi in una virtuosa staffetta, il Senhal deve essere ereditato da un altro, se questi si dimostra capace di parlare a sua volta il linguaggio adamitico della vera poesia. La speranza è allora abbarbicata sugli steli di gialli topinambur che bucano la Neve e ridonano all’uomo quello che più gli pertiene: il Soggetto.

Quindi c’è ancora speranza per l’uomo, è questo il senso della poesia di Zanzotto successiva alla Trilogia. La riabilitazione, se possibile, può soltanto essere eterna. Eterna perché non ha avuto un inizio e non avrà mai fine. L’eterna riabilitazione dell’uomo è proprio la poesia:


G. Mi pare di capire che l’eterna riabilitazione è la poesia.

Z: Sì, l’eterna riabilitazione è anche il vissuto che è connesso al farsi continuo della poesia; nello stesso tempo per ci sono i terribili limiti della poesia che nasce e muore in una lingua storica.  Fra gli scrittori migranti, ce ne sono tantissimi che scrivono direttamente in inglese, anche quelli dell’ex Impero.  Là il valore del significante è molto più basso, perché è la differenza dei contenuti che porta la poesia: il significante scompare.  Forse con studi più attenti si potrà scoprire il tipo di genesi che c’è anche nei poeti dell’Impero britannico; perché vengono da un fondo diverso.  Quando Dante scriveva la Commedia, il punto unico che affermava la sua identità era il Battistero.

Il poeta è tale solo in virtù della sua capacità di trovare i più appropriati nessi tra due campi semantici sempre più lontani. L’attributo spiccatamente umano diventa allora la metafora, l’uomo non è uomo perché possiede il linguaggio ma perché, con questo indispensabile bagaglio, può legare pezzi di mondo che altrimenti resterebbero monadi: la metaforicità è tipica del dialetto, ecco spiegata nuovamente l’esigenza del petèl. Ed ecco perché il debito di riconoscenza con il poeta di Lauffen am Neckar si estingue nella fondamentale Elegia in petèl:

Questo viaggio verso l’origine della poesia ci conduce alle pendici dell’Elicona dove tutto ebbe inizio, con Esiodo e le sue Muse che si riferiscono proprio a noi, uomini d’oggi, ridotti a mero istinto, istinto che coincide con i nostri ventri, con quella pancia che solo saziata ci consente di metterci in cammino verso la soluzione di queste nostra incursione, che per forza di cose infittisce quello che vorrebbe svelare:

“O pastori, cui la campagna è casa, mala genia, solo ventre,
noi sappiamo dire molte menzogne simili al vero,
ma sappiamo anche, quando vogliamo, il vero cantare”.

Menzogna e verità, dinanzi ad entrambe l’uomo stringe gli occhi, abbagliato. Stringiamo gli occhi anche noi, ritorniamo alla nostra origine, nel ventre della terra, come facevano i fratelli Taviani superando e celebrando Pirandello in Kaos. La scena dei bambini che si lasciano scivolare dalla montagna è perfettamente collimante. Sono gli archetipali sette anni in cui basta uno scolapasta usato come elmo per sognare d’essere re e imperatore.

E con gli occhi serrati rivediamo l’epilogo, la scena finale eternizzata dall’ultima folgorante scena del film American Beauty:

I guess I could be pretty pissed off about what happened to me… but it’s hard to stay mad, when there’s so much beauty in the world. Sometimes I feel like I’m seeing it all at once, and it’s too much, my heart fills up like a balloon that’s about to burst…

…and then I remember to relax, and stop trying to hold on to it, and then it flows through me like rain and I can’t feel anything but gratitude for every single moment of my stupid little life…

You have no idea what I’m talking about, I’m sure. But don’t worry…

You will someday.

Finiva così: un giorno lo sapremo. Sapremo come la bellezza del mondo riempie l’amore e il cranio prima che l’anima voli via. Com’essa tracimi verso il cielo che fu solo della Luna. Che può fare l’uomo davanti al mistero della sua origine?

Stringere gli occhi perché abbagliato, come facciamo quando il sole riverbera le sue sciabolate di luce in una landa innevata. La Poesia coincide con l’essenza stessa del mistero, a voler credere alle etimologie che tanto piacevano ad Heidegger e ai suoi epigoni più o meno abili, “mistero” deriva dal latino mysterium, ma anche dal greco Mystes (cioè “iniziato”). Mystes deriva dal verbo myo, che sta per “stringo”, mi chiudo, da cui anche miope.

Mysticos, mistico, propriamente significa “misterioso, riguardante i misteri”. Che poi, dicevamo, è la stessa radice di miope: colui che non riesce a guardare lontano rimedia al suo deficit strizzando gli occhi.

Questa è l’etimologia, una linea che conduce all’origine, sulla scia di quanto Consolo pone a suggello del proemio al suo splendido “Spasimo di Palermo”, lì dove proprio storia, mito, verità e dolore si incagliano: «Ora la calma t’aiuti a ritrovare il nome tuo d’un tempo, il punto di partenza». Siamo autorizzati in questa direzione proprio dal fatto che Vincenzo Consolo, prima del tragico epilogo dello Spasimo, dedica proprio un paragrafo al poeta di Pieve di Soligo.

E allora la poesia, che è vera storia, non può fare altro che aspirare a diventare foriera di nuova e rafforzata speranza.

già pubblicato in La Poesia. Vivere nella possibilità, Atti del Convegno, Reggio Calabria, 3-5 aprile 2008, Città del Sole edizioni, Reggio Calabria 2008, pp. 125-133.

Un pensiero riguardo “Aristotele, Leopardi e Zanzotto: la “sorella del sole” e il mondo sub lunare”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *