“Il tempo materiale”: tra le cupe increspature dell’animo umano

Il Tempo Materiale di Giorgio Vasta
“Il Tempo Materiale” di Giorgio Vasta – giovane autore palermitano di nascita ma da anni residente a Torino, dove insegna alla scuola Holden di Baricco – racconta la vicenda di tre pre-adolescenti nella Palermo del 1978. Tutto quell’anno, segnato dal rapimento e dalla morte di Moro, avviluppatto in una cappa tetra di terrore, viene percorso dall’autore, attraverso la voce del protagonista undicenne. Ciò nonostante quello di Giorgio Vasta non è certamente un libro sul ’78, su Moro o sul terrorismo: quel tempo si affaccia nel romanzo quasi come un pretesto, con la nitidezza irreale di un incubo sepolto tra le piaghe della coscienza, un “tempo materiale” reso tale dall’ansia nominale del suo autore; difatti ogni capitolo scandisce il trascorrere dei mesi e dei giorni, ma solo in seconda istanza, prima lo definisce, oggettivizza quasi il senso e la direzione del suo scorrere dal primo capitolo “Nimbo (8 gennaio 1978)” fino agli ultimi due “Materia (dicembre 1978)” e “Lander (21 dicembre 1978)”.
L’autore stesso ci ammonisce, fin dall’inizio, a non considerare la sua una ricostruzione storico-cronologica e, alla fine, ci chiarisce il senso della sua scelta: il 1978 è l’anno «delle tredici lune, quando la psiche più immaginifica implode di visioni», dunque non si può affermare che a Giorgio Vasta prema esplorare la fenomologia delle Brigate Rosse, nonostante i tre ragazzini formino proprio a Palermo una micro-cellula, che ne ripercorre le strutture, la strategia destabilizzante, la vocazione dogmatica per l’ideologia spinta fino all’omicidio. Proprio nel raccontare di tutto ciò, nello sgranare queste visioni, Vasta conduce il lettore non attraverso il 1978 bensì attraverso le cupe increspature dell’animo umano, la sua tensione ancestrale a farsi costruttore della notte, le sue deviazioni, storture della mente eterne, che ci è dato di contemplare quasi di toccare, di rinominare tra le pagine del romanzo.
Visioni e tormenti dalle quali ci sembra di potere scorgere la possibilità di una redenzione, le stelle, il pianto, la fine delle parole nella conclusione del romanzo. Il nome di battaglia scelto dal protagonista sembra celare questa tensione verso la luce: egli decide, infatti, di chiamarsi Nimbo «il nimbo, dico, è una luce. Un destino che ha a che fare con la lotta». Eppure, nelle pagine di Giorgio Vasta la redenzione, la luce, l’amore si pongono in un rapporto di dicotomia con la colpa, con la notte, con l’indifferenza, costruendo polarità che sembrano esse stesse eccessivamente dogmatiche, astratte nello stesso momento con in cui l’autore cerca di renderle materiali.
Quando scrive: «ogni figlio è notte, conflagrazione e smarrimento, tempo incarnato, e le generazioni da millenni si chinano sul corpo del tempo e lo guardano e lo immaginano e adorano il suo buio difeso dalle stelle immaginando che nelle cose, oltre all’infinito impulso a permanere, ci sia un fine, e allora al tempo mescolano il linguaggio e la distruzione dei corpi e nel buio creano e disgregano parole, lo sgretolano», lo scrittore pone accanto alla notte la sua fine, che è anche il suo perenne inizio, l’amore, l’amore in grado di generare nuova vita: «nel silenzio di quest’ultimo minuto, accovacciato davanti al corpo accovacciato del mio amore […] ascolto il rombo futuro della materia che mescola in me e in lei le stelle alle ossa, il sangue alla luce, il rumore della trasformazione infinita della materia in dolore e del dolore in tempo». Nel romanzo di Giorgio Vasta, dunque, l’uomo non trova, alla fine del suo percorso, che una luce collimante con il pianto; mentre tutto ciò che è dell’uomo, la materia, il corpo, il linguaggio, finisce chiuso nelle tenebre, la luce non si fa raggiungere ma solo sfiorare, immaginare, creare.
Al testo sembra, in conclusione, mancare la capacità di guardare intensamente nella luce, che è nella materia, nel corpo, nel linguaggio, pur sembrando ammettere che la luce e le tenebre convivono nell’uomo, pur lasciando intuire la battaglia che è in fondo alla scelta dell’una o delle altre, queste pagine guardano nella notte ma non nelle stelle che restano ai margini, fieramente oltre le parole.
“Il Tempo Materiale” è un romanzo ben scritto e, indubbiamente, ben strutturato, un romanzo intelligente, che rivela un’alchimia sapiente, al punto da far desiderare qualche sbavatura, una incrinatura nella sua razionale architettura, che si fa forza di un modo di trattare la scrittura che rafforza il senso della visione più che dell’evento. È un’opera con la quale può essere interessante confrontarsi, per il coraggio che dimostra nel porre l’attenzione su tematiche complesse, prescindendo dalla condivisione delle sue conclusioni.

“Il tempo materiale” di Giorgio Vasta – giovane autore palermitano di nascita ma da anni residente a Torino, dove insegna alla scuola Holden di Baricco – racconta la vicenda di tre pre-adolescenti nella Palermo del 1978.

Tutto quell’anno, segnato dal rapimento e dalla morte di Moro, avviluppato in una cappa tetra di terrore, viene percorso dall’autore, attraverso la voce del protagonista undicenne. Ciò nonostante quello di Giorgio Vasta non è certamente un libro sul ’78, su Moro o sul terrorismo: quel tempo si affaccia nel romanzo quasi come un pretesto, con la nitidezza irreale di un incubo sepolto tra le piaghe della coscienza, un “tempo materiale” reso tale dall’ansia nominale del suo autore; difatti ogni capitolo scandisce il trascorrere dei mesi e dei giorni, ma solo in seconda istanza, prima lo definisce, oggettivizza quasi il senso e la direzione del suo scorrere dal primo capitolo “Nimbo (8 gennaio 1978)” fino agli ultimi due “Materia (dicembre 1978)” e “Lander (21 dicembre 1978)”.

L’autore stesso ci ammonisce, fin dall’inizio, a non considerare la sua una ricostruzione storico-cronologica e, alla fine, ci chiarisce il senso della sua scelta: il 1978 è l’anno «delle tredici lune, quando la psiche più immaginifica implode di visioni», dunque non si può affermare che a Giorgio Vasta prema esplorare la fenomologia delle Brigate Rosse, nonostante i tre ragazzini formino proprio a Palermo una micro-cellula, che ne ripercorre le strutture, la strategia destabilizzante, la vocazione dogmatica per l’ideologia spinta fino all’omicidio. Proprio nel raccontare di tutto ciò, nello sgranare queste visioni, Vasta conduce il lettore non attraverso il 1978 bensì attraverso le cupe increspature dell’animo umano, la sua tensione ancestrale a farsi costruttore della notte, le sue deviazioni, storture della mente eterne, che ci è dato di contemplare quasi di toccare, di rinominare tra le pagine del romanzo.

Visioni e tormenti dalle quali ci sembra di potere scorgere la possibilità di una redenzione, le stelle, il pianto, la fine delle parole nella conclusione del romanzo. Il nome di battaglia scelto dal protagonista sembra celare questa tensione verso la luce: egli decide, infatti, di chiamarsi Nimbo «il nimbo, dico, è una luce. Un destino che ha a che fare con la lotta». Eppure, nelle pagine di Giorgio Vasta la redenzione, la luce, l’amore si pongono in un rapporto di dicotomia con la colpa, con la notte, con l’indifferenza, costruendo polarità che sembrano esse stesse eccessivamente dogmatiche, astratte nello stesso momento con in cui l’autore cerca di renderle materiali.

Quando scrive: «ogni figlio è notte, conflagrazione e smarrimento, tempo incarnato, e le generazioni da millenni si chinano sul corpo del tempo e lo guardano e lo immaginano e adorano il suo buio difeso dalle stelle immaginando che nelle cose, oltre all’infinito impulso a permanere, ci sia un fine, e allora al tempo mescolano il linguaggio e la distruzione dei corpi e nel buio creano e disgregano parole, lo sgretolano», lo scrittore pone accanto alla notte la sua fine, che è anche il suo perenne inizio, l’amore, l’amore in grado di generare nuova vita: «nel silenzio di quest’ultimo minuto, accovacciato davanti al corpo accovacciato del mio amore […] ascolto il rombo futuro della materia che mescola in me e in lei le stelle alle ossa, il sangue alla luce, il rumore della trasformazione infinita della materia in dolore e del dolore in tempo». Nel romanzo di Giorgio Vasta, dunque, l’uomo non trova, alla fine del suo percorso, che una luce collimante con il pianto; mentre tutto ciò che è dell’uomo, la materia, il corpo, il linguaggio, finisce chiuso nelle tenebre, la luce non si fa raggiungere ma solo sfiorare, immaginare, creare.

Al testo sembra, in conclusione, mancare la capacità di guardare intensamente nella luce, che è nella materia, nel corpo, nel linguaggio, pur sembrando ammettere che la luce e le tenebre convivono nell’uomo, pur lasciando intuire la battaglia che è in fondo alla scelta dell’una o delle altre, queste pagine guardano nella notte ma non nelle stelle che restano ai margini, fieramente oltre le parole.

“Il tempo materiale” è un romanzo ben scritto e, indubbiamente, ben strutturato, un romanzo intelligente, che rivela un’alchimia sapiente, al punto da far desiderare qualche sbavatura, una incrinatura nella sua razionale architettura, che si fa forza di un modo di trattare la scrittura che rafforza il senso della visione più che dell’evento. È un’opera con la quale può essere interessante confrontarsi, per il coraggio che dimostra nel porre l’attenzione su tematiche complesse, prescindendo dalla condivisione delle sue conclusioni.

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