Peppino a fumetti

Dal 2 luglio l’Unità pubblica a puntate la vita a fumetti di Peppino Impastato, serializzando Un giullare contro la mafia, la graphic novel dei sicilianissimi Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso pubblicata da Beccogiallo.

Abbiamo intervistato per 90011.magazine lo sceneggiatore trapanese in occasione della presentazione palermitana.

Con mirabile sintesi la lingua siciliana ha coniato un termine ad accomunar tutti i sognatori che si dedicano con passione e ostinazione a seguire quello che credono essere il loro destino: afferracazzintallaria. Dalle parti del Molise sono ancora più poetici: nsaccanegghia. E poi c’è lui: il giovane Holden, che nella versione originale era l’acchiappatore nella segale.

Tre immagini, tre tentativi di rendere con metafore la molla che spinge un giovane a persistere, contro tutti e tutto, contro quel monito che ci tatuano ramanzina dopo ramanzina: solo chi esce, riesce. Come se i sogni fossero solo un pretesto per tenere lontane le frustrazioni dell’età adulta.

E poi c’è l’eccezione, qualcuno ce la fa davvero a realizzare quel sogno con la esse maiuscola, quello che l’ha aiutato a spingere stagni di rospi giù per la gola, tutto acquista una luce diversa e la luce del mattino lecca la stanza e riempie il sorriso di chi riesce ad accoppiar lavoro e passione, campando facendo quello che più gli piace.

Beati e invidiati, i pochi che ci riescono devono pure imparare a convivere con l’invidia altrui, con le battutine di tutti quelli che ignorano o fanno finta d’ignorare le difficoltà che li hanno portati sin là.

Il trapanese Marco Rizzo è uno di questi, con ostinazione ha visto la sua barba infoltirsi e i sogni concretizzarsi uno dopo l’altro: ha fondato un portale per gli amanti dei fumetti, comicus.it, presto diventato punto di riferimento per il mondo delle nuvole parlanti; voleva far il giornalista e ora ha un tesserino da professionista nel portafoglio; scrive sceneggiature pluripremiate e, nel resto della giornata, traduce i fumetti d’oltreoceano e d’oltralpe.

Dopo “Ilaria Alpi, il prezzo della verità”, ora Peppino Impastato. Lo stesso editore, Beccogiallo, e due giornalisti ammazzati solo perché  hanno difeso le loro idee. Ci parli delle due sceneggiature?

Sono due progetti apparentemente simili ma in verità molto diversi. Parlo dell’approccio da parte appunto della sceneggiatura: se Ilaria è un lavoro “di testa”, Peppino è più “di stomaco”. Entrambe le sceneggiature hanno alle spalle un lavoro di documentazione lungo, a tratti persino travagliato nelle difficoltà nell’approccio a fonti a volte contraddittorie tra loro. Con Ilaria, forse anche perché si trattava del mio primo lavoro “lungo” e di una certa importanza, la sceneggiatura è stata studiata e ristudiata, è quasi più “d’accademia” e perfettina. Peppino invece è stata scritta in più fasi, seguendo il disegnatore e quindi con correzioni e aggiustamenti fatti in progress. Ma soprattutto è un opera che mi tocca ancora di più, nel cuore e nella testa, per la vicinanza non solo geografica al protagonista e ai luoghi dove si muove.

Con Peppino Impastato hai scritto della tua terra e implicitamente di quello che è il tuo lavoro. E soprattutto hai dovuto tener presente i “Cento Passi” di Giordana. Come hai conciliato tutto?

Effettivamente l’opera di Giordana è stata più che una fonte di ispirazione come si potrebbe credere, un ostacolo. Sarebbe stato sciocco ripercorrere il film, e anche poco pratico mirare alla sua completezza. È anche per questo che la stesura del soggetto è stato lunga e travagliata: mi trovavo a dover competere con un’opera molto vista e conosciuta, molto apprezzata e premiata, e soprattutto molto completa. Ecco quindi l’idea ancora una volta di giocare con la linea narrativa, incastrando i flashback e concentrandosi solo su alcuni momenti della vita di Peppino: dopotutto, credo che neppure Giordana fosse certo di poter raccontar nella sua interezza una figura complessa e una vita ricca e movimentata come quella di Peppino. Magari supportato da certi miei punti di vista, il cui influsso è inevitabile in qualsiasi opera d’ingegno, dalla mia esperienza giornalistica, certamente fondamentale nella fase della documentazione, e certamente aiutato dalla possibilità di conoscere e interagire con chi Peppino lo ha conosciuto e amato.

I disegni del messinese Lelio Bonaccorso sono perfetti, leggendovi si respira una riuscitissima cooperazione. Ci racconti i retroscena di questo sodalizio?

Come spesso accade, l’alchimia tra scrittore e disegnatore è agevolata dal rapporto umano tra i due. Io e Lelio siamo ormai amici da tempo, e avevamo già collaborato per delle storie brevi (in particolare proprio con Beccogiallo). Il tratto di Lelio poi è adattissimo a muovere figure talvolta grottesche, spesso comunque fortemente caratterizzate, come quelle che si vedono in questa storia. Era naturale dunque chiamarlo in causa quando abbiamo cercato un nuovo disegnatore per il progetto.

Traduttore, sceneggiatore, giornalista professionista. Come convivono questi tre ruoli?

Hai dimenticato editor, la mia attività più recente, quella che in parte comprende le tre qui sopra, e che soprattutto mi permette di pagare l’affitto a fine mese visto che le tre professioni di cui sopra, ahinoi, tranne che a certi livelli sono ormai tutt’altro che remunerative.

Però sempre di scrittura si tratta, e capita spesso che mi trovi a saccheggiare una soluzione narrativa trovata in un fumetto americano mi aiuti nelle sceneggiature, o che una certa propensione al racconto mi aiuti nella stesura di un pezzo di colore, o che una metodologia nella documentazione o vicende reali ispirino storie.

Se un nostro lettore volesse seguire i tuoi passi, che consiglio gli daresti?

Se ha intenzione di diventare ricco, gli consiglio di cambiare strada. Anzi, magari proprio di cambiare paese. Se è proprio convinto ed è testardo quanto lo sono io, allora si armi di pazienza (verso le istituzioni, la burocrazia, le imprese) e cominci ad abituarsi a dormire poco. Se poi vogliamo proprio essere dei romantici, potrei dirgli di prendere una moleskine e girare per la città. Seduti in una panchina vediamo mille storie passarci davanti: basta solo riuscire ad afferrare quella giusta.

E, per finire, tra le montagne di fumetti che riempiono edicole e fumetterie, quali sono i tre titoli assolutamente da leggere?

Tre??? Tre??? È  come dire, entrando in libreria, quale libro dovresti assolutamente leggere?

Ci provo, sperando di proporre tre titoli che possono piacere anche a chi fumetti non ne legge:

Watchmen: Mille volte più ricco e profondo del seppur gradevole film di Zack Snyder, è una riflessione sempre verde sul concetto di supereroe tra eros, potere, fantapolitica, fantascienza e mille altre implicazioni.

Persepolis: Bello, intenso, commovente e allo stesso tempo divertente, un modo per conoscere un paese come l’Iran di cui dovremmo in effetti sapere di più. E anche il meno esperto dopo una manciata di pagine si accorge che i disegni sono tutt’altro che semplici o infantili.

LMVDM: Perché  Gipi è il più grande cantastorie italiano, è il fumettista più completo e diretto dai tempi di Hugo Pratt. Il suo ultimo libro è un assoluto capolavoro, nella forma e nei messaggi, anche se forse per una questione affettiva preferisco ancora S. Tiè, alla fine ne ho citati quattro!

Un pensiero riguardo “Peppino a fumetti”

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