Pino senza permesso (contro il mio svanire)

Andrea lo conosce mentre gli notificano l’ennesima querela. Poi vanno al bar insieme e Pino gli indica un capomafia del suo paese. “Assurdo, era lì con noi a prendere il caffè e… si sono pure salutati! Ma avevano due sorrisi… diversi”, racconta in seguito a un amico. Belle parole, direte. Meno bello fu il pensiero che gli venne in quell’istante, al bar, accanto a Pino: “fanculo Pino”. Il complimento, in realtà, era rivolto alla sua stessa paura.

un uomo. Potrebbe prestare il suo profilo alla letteratura, è un ‘personaggio’ come si usa dire, ma non si consegna così facilmente. Soprattutto non è un libro finito. Pino Maniàci è un giornalista senza collare né museruola, ora approdato a una condanna a morte da parte della mafia, come accertano gli investigatori: sta sulle palle alle famiglie di Borgetto, Montelepre, Partinico, Cinisi e Terrasini. È questo il bacino di utenza, le circa 150mila persone raggiunte dal segnale di Telejato, emittente il cui Tg dirige dal 1999. Uno dei più assidui ascoltatori, dal suo rifugio segreto appena fuori Corleone, era Bernardo Provenzano, al quale ogni anno a gennaio erano rivolti gli auguri e un appello: “non fare il pezzo di merda e consegnati”.

L’anno scorso è approdato al sabato pomeriggio zuccherino di Raiuno con l’occhio nero per un pestaggio, affamato di visibilità, l’unica cosa che lo può salvare ora. Come disse lui stesso, commentando “Telejato la tv più bella del mondo!” che la francese «Mon amour film» produsse per raccontare il lavoro della sua redazione: “l’esposizione è quella che ti salva la vita, qua siamo in frontiera. A Partinico e dintorni nell’arco di un anno (2008, ndr) ci sono stati sette morti ammazzati, siamo come in Iraq: si spara”. Perciò è sotto scorta da oltre un anno. Dare nomi e cognomi a corruzioni, collusioni e mafiosi della sua zona comporta minacce, intimidazioni e danneggiamenti, tentato strangolamento, i pugni del figlio del boss Vitale e una macchina bruciata. Fino all’ultimo risvolto.

senza permesso. Tutto ciò perché Pino non ha il permesso (della mafia ovviamente) e parla di temi scottanti senza reticenze. Da quasi un mese è pubblicista. Intanto, però, sedici ignoti colleghi si rivolgevano privatamente all’ordine Sicilia contro la sua iscrizione all’albo, mentre venerdì scorso è stato assolto (per la seconda volta) da esercizio abusivo della professione, cioè – anche qui – dall’operare senza permesso. L’accusa (anonima) era di non avere quella tessera di cartoncino che hanno i nostri giornalisti; senza la quale però denuncia la mafia così com’è, lui. Non un giornalista convenzionale che opera in punta di penna.

Ma come potrebbe essere altrimenti? Chi altri avrebbe il coraggio di restare a lottare in quel contesto? Lui è praticamente l’unico e più credibile referente dell’intera zona in tema di mafia e malaffare per il resto della stampa blasonata. Ma questa fonte sgorga da un inestricabile coacervo di incagli, intasata dalle pieghe d’inevitabili frequenze ordinarie. Una realtà ad aria compressa in cui c’è posto per tutti ma ognuno deve stare al suo posto, e dove il concetto di devianza è talmente sfumato che, per disambiguarlo, sei costretto ad un attivismo altrettanto armato. Da questa coercizione non nasce nessuno stile, ruvido o provocatorio che vogliate definirlo, ma soltanto la persona che sei resistendo, il giornalista che sei. A volte, Pino ‘non ha tempo’ per la deontologia e se lo nomini troverai chi lo santifica e chi gli ha già fatto causa; ad oggi ha collezionato circa 270 querele. A volte, usa un linguaggio che somiglia più a quelli di cui parla che a quelli cui si rivolge, come faceva Salvo Licata. L’ho detto, non si presta a facili consegne. Non è da lui manifestarlo, ma oggi è preoccupato: “Mi dovrò spaventare forte, quando i riflettori non illumineranno più la nostra attività quotidiana. Quello sarà il momento buono per farci del male. La mafia non perdona e non dimentica”.

e il mio svanire. Ma se a lui manca il permesso, probabilmente e soprattutto, gli è mancato il mio. Ha preso le mie mani senza permesso, per diventare “irresponsabile”, e ci si è messo sopra affinché lo illumini, lo esponga, lo sostenga ampliando la sua visibilità, legittimandolo. La sua condizione ha a che fare con un incessante rischio: quello di svanire. L’unico particolare è che questo rischio si ascrive a me, non riguarda lui. Tanto consumato ardore non potrebbe ormai certo nasconderlo da nessuna parte, a prescindere da tutto. Invece fa svanire me se non gli do la luce che gli serve, se fingo di vivere in una casa senza finestre.

La bella iniziativa “siamo tutti Pino Maniaci” permette da più di un anno a chiunque di leggere il Tg insieme a lui, andandolo a trovare a Partinico. Ma ora è lui che deve “uscire” e noi dobbiamo tirarlo fuori comunicando il più possibile a tutti quanto è “irresponsabile” per quello che fa, legittimandolo con un permesso ex post. Nell’Italia svanita di oggi, forse, pochi se ne interessano perché ancora respira. Eppure non fa altro che parlare dello schifo che c’è sotto casa sua, come fanno in pochi. Chi lo critica, potrà avercela con la sua maniera, non col suo lavoro. Ma quello che in realtà fa più incavolare o disinteressare ciascuno è il fatto che Pino non ha chiesto il permesso. E noi ci teniamo a dare permessi.

Autore: Marco Bisanti

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