Sono fortunata

Quand’ero piccola i libri erano promesse d’avventura incastrate tra le illustrazioni dei classici per ragazzi che la nonna teneva a casa, tra le letture della prima elementare o dell’amatissimo sussidiario. Ogni libro era un mondo, sfogliarlo era percorrerne le sue strade, un viaggio lontano. Leggere e studiare erano per me bambina un modo d’amare, ogni paragrafo m’incantava e io, per dirla con De André, “mi innamoravo di tutto”.

Ora a ventott’anni sono una “docente abilitata”, roboante etichetta per dire che staziono anch’io in una graduatoria di aspiranti precari, maciullati da un punteggio da rimpinguare ad ogni costo, pagando preziosi punticini per scavalcare fratelli della stessa schiera in un’umiliante gara a chi è più precario.

Sono fortunata: un’intera generazione è rimasta fuori dai corsi di abilitazione, con un titolo di studio più svalutato d’un doblone, gente che s’è iscritta a belli e innovativi corsi di laurea che di nuovo avevano solo il nome che pareva un ritornello. Scoprono in punta di laurea d’averne una che poco o a nulla serve, ché se si vuol diventar precario servono altri crediti da aggiungere e da pagare uno ad uno, da accodare ai 40 esami già sostenuti tra laurea breve e laurea magistrale.

Sono fortunata. Migliaia di docenti di ruolo si trovano adesso in esubero, che la forbice azzannata del risparmio di bilancio taglia a doppia lama nel mondo della scuola. E famiglie si troveranno sballottate in cerca di nuove scuole e nuove città.

Sono fortunata perché so già che non devo affezionarmi, non avrò mai gli stessi alunni e gli stessi colleghi due anni di fila per i prossimi due lustri.

Questo è lo scenario del mondo della scuola, quei folli che come me amano le humanae litterae lo mettano in conto di aspettare il proprio turno invano sulla soglia, desiderando cattedre che forse un giorno arriveranno. Con che cuore affrontare un impiego sbranato da una precarietà economica, lavorativa e perfino ontologica, che affonda sin dentro le viscere del senso di ciò che si fa?

Forse la letteratura, la filosofia, la storia non servono più, sono materiale inerte, cisti regresse d’un tempo che fu, da coltivar come passatempo per risolvere qualche rebus di vecchie settimane enigmistiche.

Dovremmo riflettere anche su questo quando ci chiediamo che senso e che spessore dare al nostro fare letteratura. O la lettura e lo studio hanno un senso profondo che viene dal mondo e va verso il mondo, o servono solo a colorare gli scaffali della libreria nel salotto. Se pensiamo che sia così, se non abbiamo promesse, avventure e sfide da offrire ma solo voti gonfiati da inevitabili condoni, allora è equo contrapasso che le nostre scuole e le nostre università siano dei costosi e dotti centri di baby-sitting, che l’altalena del precariato tronchi l’umanità e la dialettica di questo mestiere.

I Pupi di Zuccaro simboleggiano proprio questo desiderio di non stare a guardare, ma di agire, a spada tratta o con la lancia in pugno, ancorati alla meraviglia, pronti a cercare nuove scie di senso e a inseguire orizzonti in fuga.

One thought on “Sono fortunata

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  1. davvero simpatico questo post! ti faccio i miei complimenti… scrivi davvero molto bene. anche io vorrei fare l’insegnante, infatti sto studiando scienze della formazione… mi sta dando una mano universitalia con la tesi, spero di farcela entro l’anno!

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