Piena nostalgia del fare

Tento e ritento, vorrei scrivere qualcosa su questo limbo pre-laurea, affidare al foglio le ambizioni, i dubbi e le aspettative. Ho avuto tempo sì, condito da poca voglia. Scrivo ora in bilico tra sfoghi che sanno di diario privato, ma è semplice e sincera constatazione della realtà.

Dopo aver finito di scrivere la tesi mi sono imposto un periodo di calma e tranquillità, complici i primi giorni estivi fatti di mare, spiaggia e nottate a sbevazzare con amici, parenti, fans e estimatori vari.
Mi sveglio e appena sono in giro arriva la quotidiana mitragliata: “Quando ti laurei? Dove festeggerai la laurea?” e, soprattutto, l’arcidomanda: “cosa intendi fare dopo la laurea?”

E spiazzo tutti: adesso vorrei un lavoro manuale. Ho sincera nostalgia per la dimensione del fare. Troppi anni ho vissuto nella teoria, in utopie da esternare a tutti, con progetti mai realizzati e mai realizzabili.
Tornerò alla manualità: voglio fare qualcosa, realizzare qualcosa. Devo riscoprire le arti, i mestieri di una volta che mai tramontano.

Fare il pane è una necessità oltre che un’arte, non è un servizio non richiesto che il precario del call center tenta di rifilare a qualcuno dopo la 300esima volta che tutti, garbatamente o no, gli hanno risposto “grazie, ma non sono interessato”

Fare una porta, costruire un armadio sono necessari più di un’assicurazione sulla vita che il procacciatore tenta di rifilarti.Certo, l’atto del vendere ha pure una sua arte, ma questa viene svilita ed umiliata da un sistema retributivo basato solo sulle provvigioni.

Parlo di questi mestieriucoli perchè li ho fatti, ne ho provato una certa vergogna, perché, mentre il muratore si svegliava alle 6 del mattino per andare a lavorare, io restavo al bar fino alle 10 si sera tentando di convincere il barista a farsi una polizza che, in caso di morte, frutterà ai suoi figli, alla moglie ed al nonno ben 30000 euro, ma non riporterà in vita il suddetto intestatario.

Stiamo perdendo noi stessi oltre che il senso dei mestieri, così mi ritrovo oggi, sulla soglia dei trent’anni, con una qualifica inflazionata nel mondo lavorativo. Con requisiti ormai standardizzati e garantiti già da un buon liceo. E mio padre alla mia età era già “mastro”.
Maestro del legno, artista del legno,
Non dimenticandosi di lottare, di far valere i propri diritti, quando aveva un senso essere di “sinistra”
Adesso anche queste lotte sono fuori moda, e non mi pare che ci sia tutta questa garanzia nel mondo del lavoro.

E poi lei, la possibilità di partire con tutti gli interrogativi che si trascina: dove, come, quando?

Quelli che conosco e che hanno già provato avevano le tasche riempite dai genitori e hanno fatto l’università fuori. Tutti primi dei fatidici 25 anni. La malinconia e la crisi di questi anni li hanno fatti tornare.
Siamo un popolo di emigranti, che ha fatto del proverbio “Cu nesci arrinesci” una massima di vita pronta da tirar fuori quando si è troppo illusi e stanchi per restare qui.

Siciliani di scoglio e di mare, pronti a benedire e maledire la madre premurosa che prepara tonnellate di cibarie al povero figlio che ritorna al nido familiare, le spiagge belle e inquinate , la munnizza simbolo di abbondanza e di mala amministrazione e le leccornie siciliane baroccamente abbondanti quasi a sfidare la scarsità di prospettive manifestate in un dialetto senza futuro.

La foto di Max Boschini s’intitola L’italiano è l’unica lingua occidentale a contemplare nel termine “precario” il senso di “persona che ha un rapporto di lavoro senza garanzie di continuità o stabilità”

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