I tre funerali e mezzo di Pirandello. Intervista a Roberto Alajmo

Ci fu un tempo che Halloween esisteva solo al di là dell’Oceano e nelle puntate speciali dei vari telefilm che succhiavamo dal tubo catodico di mivar panciuti: la celebrazione della notte dei morti, delle streghe e degli spiddi la piazzavano in tutte le serie, da Alf alla robottina Vicky, passando per i Robinson, i Jefferson, i Cunningham e gli happy days di tutte le altre famigliole della tv. Oggi invece questa macabra versione di Carnevale s’è prepotentemente imposta e ha spodestato le anime dei morti.

Qui in Sicilia arrivavano la notte tra il primo e il due novembre a portare doni, leccornie e i pupi di zucchero, paladini e principesse glassate che rinsaldavano memorie rinfrescando le anime dei familiari che s’erano già congedati dalla vita e dal mondo. Erano i morti a cibare i vivi, che la vita senza la morte manco ci sarebbe, come ben sanno i Messicani che si danno un gran da fare a render omaggio a lei, alla Pelona, la Donna con la Falce. Con identico rispetto per l’altromondo sgranocchiavamo mustuazzuola invece di ossa e cruzzitedda, castagne secche, che guardate bene non possono che apparire troppo simili a teschietti. Il giorno dei morti serviva a render docili i picciriddi che, stringendo dolciumi e giocattoli, andavano felici a ringraziare nonni, bisnonni, prozii al cimitero comunale.

Una festa in mezzo all’odore dei crisantemi marci e della cera dei lumini. Proprio al rapporto tra siciliani e morte è dedicato “Le ceneri di Pirandello”, l’ultimo libro di Roberto Alajmo pubblicato dalle edizioni Drago. Lo scrittore palermitano l’ha presentato a Bagheria lo scorso 14 marzo, inaugurando le attività culturali della libreria Interno 95.

L’abbiamo intervistato.

Nell’introduzione Le ceneri di Pirandello è definito un “moncherino superstite di un libro più vasto” che non scriverà mai: Post Mortem.

Succede che spesso attorno ai corpi di alcuni uomini illustri inizia una serie di avventure dopo che sono trapassati: Goya, Dante, Evita Peron, Sant’Agata, Moliére, Papa Formoso e appunto Pirandello. La storia più bella è proprio quella di Pirandello, a cui è dedicato questo libricino. Un mercanteggiamento che è anche un’avventura umoristica, una situazione spiccatamente pirandelliana.

Nel libro vengono raccontati i tre funerali e mezzo di Luigi Pirandello.

Pirandello volle essere il primo a firmare il suo registro delle partecipazioni funebri e aveva lasciato disposizioni ben precise che puntualmente furono disattese, voleva essere avvolto nudo in un lenzuolo e bruciato, le ceneri poi dovevano essere disperse. Al limite, l’urna doveva ritornare in una pietra delle campagna di Girgenti. Ma non si poteva acconsentire, e così il primo funerale, quello più normale si svolse al cimitero del Verano, dove il corpo restò una decina d’anni. Sino a che nel 1947 il sindaco democristiano d’Agrigento ottenne il trasferimento con l’intervento dello stesso De Gasperi e forse di Giulio Andreotti. L’urna inizia il suo viaggio, prima un aereo, poi in treno e poi finalmente l’arrivo. Ma non svelo altro. Sono una cinquantina di pagine, illustrate magnificamente da Mimmo Paladino, che stimo profondamente.

Lasciamo allora ai nostri lettori il piacere di leggere del viaggio pirandelliano dell’urna del grande drammaturgo. E parliamo del rapporto tra i siciliani e la morte, che è il tema che, in filigrana, attraversa tutto il libro.

Con piacere: basta sottolineare che qui da noi è la “festa” dei morti. Non celebrazione, non giorno della memoria: festa. Perché qui i morti interagiscono coi vivi, e la notte tra l’uno e il due novembre portano regali ai bambini. E i bambini non sono affatto atterriti, anzi vivono la festa con un misto di trepidazione felice e preoccupazione.

Lei è giornalista presso la Rai Sicilia e scrittore a tempo pieno. Al momento in cosa è impegnato?

Lavoro per Rai Educational, come consulente per “Agrodolce”, il romanzo popolare di Rai Tre fortemente voluto da Giovanni Minoli. Sono intervenuto più operativamente dalla 140esima puntata in poi. L’esperienza d’Agrodolce la giudico molto positiva: è un romanzo televisivo, costruito come una pagina di Dickens, letteratura popolare nel senso più bello del termine. Senza dimenticare che Agrodolce rappresenta un’avventura artistica e di sviluppo per la Sicilia. Qui abbiamo una qualità e una quantità di luce paragonabile a quella della California, si stanno formando in itinere delle professionalità che resteranno indipendentemente da Agrodolce. Però mancano, ad esempio, sceneggiatori siciliani.

E dopo il successo del suo ultimo romanzo, “La mossa del matto affogato”, pubblicato dalla Mondadori, sta scrivendo un nuovo libro?

La mossa del matto affogato ha chiuso un ciclo, la trilogia che avevo iniziato con “Cuore di madre” e continuata con “È stato il figlio”. Rispettivamente la madre, il figlio e la storia di un padre in fuga. Credo che per adesso non mi confronterò con un nuovo romanzo. Preferisco intervenire sulla cronaca e sulla realtà quotidiana, per me è un dovere civico. E lo faccio dal mio sito.

Le nuove tecnologie devono affiancare o rimpiazzare la carta stampata?

Sono due media con due pubblici diversi che, solo in parte coincidono. Molti giornalisti e scrittori hanno siti o blog che aggiornano spesso ma questo non ha messo fine alla diatriba sul silenzio degli scrittori e degli intellettuali. Non sono le prediche a mancare, sono i pulpiti. Prima c’era Pasolini sulle pagine del Corriere della sera e questo creava un cortocircuito che metteva in circolo delle idee. Adesso i giornali fanno gara all’appiattimento verso il basso, una targetizzazione in cui si offre al lettore quello che il lettore s’aspetta di trovare. Questo garantirà la sopravvivenza dei giornali a breve termine. Personalmente mi annoio a leggere l’editoriale domenicale di Scalfari perché so già quello che vi troverò.

Quale potrebbe essere una soluzione praticabile a questo stato di cose?

Si deve rischiare, cercare una voce eretica, per dirla con Sciascia. Non compro più il giornale ma consiglio ai direttori dei giornali di fare un esperimento: affidare quotidianamente una pagina della propria testata a una testata diametralmente opposta. Così i lettori di Repubblica troverebbero nel loro quotidiano una pagina scritta da quelli di Libero e viceversa. Sarebbe già un principio di lotta contro la targetizzazione. Io cerco storie vere, ché la realtà n’è piena, come ho già fatto con il Repertorio dei pazzi della città di Palermo che periodicamente aggiorno.

Roberto Alajmo è nato a Palermo nel 1959 e a Palermo continua a vivere. Fra i suoi libri: Almanacco siciliano delle morti presunte (edizioni della Battaglia, 1996), Le scarpe di Polifemo (Feltrinelli, 1998), e Notizia del disastro (Garzanti, 2001), col quale ha vinto il premio Mondello. Con Mondadori nel 2003 ha pubblicato il romanzo Cuore di Madre, finalista ai premi Strega e Campiello. Nel 2004 è uscito Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo e nel 2005 il romanzo È stato il figlio, finalista al premio Viareggio e vincitore del SuperVittorini e SuperComisso. Con Laterza, ha pubblicato i saggi Palermo è una cipolla e 1982. Memorie di un giovane vecchio.Per il teatro: Repertorio dei pazzi della città di Palermo, Centro divagazioni notturne e il libretto dell’opera Ellis Island, per le musiche di Giovanni Sollima. Il suo ultimo romanzo, pubblicato da Mondadori nel 2008 si intitola La mossa del matto affogato.
Suoi lavori sono stati tradotti in inglese, francese, tedesco, spagnolo e olandese. (tratto da robertoalajmo.it)

dal primo numero di 90011.magazine

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