CHIUDENDO I CERCHI di Federico Penza

Il tempo miserabile consumi
Me, la mia gioia e tutta la speranza
Venga la morte pallida e mi dica
Pàriti figlio.

Dino Campana

Nelle ultime ore dell’anno, mentre tutti sono intenti a preparare le bottiglie da stappare, i botti da far esplodere, mentre prendono i calici del servizio buono, mentre mani di donna tagliano fette di pandoro, mentre tutti quanti svolgono egregiamente i propri rituali, io mi fermo e faccio memoria dell’anno appena trascorso.

E’ un’usanza che ho preso da mio padre, anche lui, poco prima del brindisi si isolava e ripensava ai dodici mesi precedenti. Poi veniva a brindare con noi e ci raccontava le sue dodici storie dell’anno appena passato. Era un tipo solitario, era il maggiore di sei fratelli e due sorelle, ma amava stare in disparte quando tutti loro si riunivano, lui era così, gli piaceva osservarli stare insieme e tanto gli bastava.

Ho ereditato da lui questo amore per la solitudine, questo osservare la gente dal di fuori del gruppo.

Mi piace sentire l’aria fredda contro il naso e avere le orecchie gelate, mi fa ricordare di essere vivo e che tutti i momenti che ho vissuto sono ancora dentro di me, tenuti ben fermi nella mia memoria e pronti a ritornare vivi non appena io lo desideri.

Ho preso l’abitudine di fare questo mio escursus diviso in mesi, ognuno dei quali hai il suo piccolo, o grande, evento. Ora vorrei spegnere la luce e ricordare.

GENNAIO

Dopo l’ultimo capodanno abbiamo riempito la 146 con tute da sci, slittini, guanti e cappelli e siamo partiti per la Valcamonica, Hotel a cinque stelle, e giù piatti e piatti di salsicce di castrato di Breno, di Rosa Camuna e Casolet di Capo di Ponte, di violino di pecora di Berzo Demo, e ricottine fatulì di Cevo, senza tralasciare la spongada e il pane di segale di Malonno, i bambini hanno imparato a sciare, io e Aida abbiamo cenato a lume di candela, mentre la neve fioccava e il cameriere versava Dom Perignom come fosse Ferrarelle. Guardarla negli occhi e mentire non era difficile, ero talmente abituato a fingere di essere innamorato che riuscivo a ingannare persino me stesso e a volte mi chiedevo se non fosse vero che ero innamorato di lei. Ma poi il ricordo delle mie scopate con Paola sulla scrivania del mio ufficio mi assalì e si bloccò in un preciso fotogramma davanti al vasetto coi fiori di montagna che mi separava da Aida, a nulla valeva lo sforzo dell’Azalea delle Alpi per tenermi ancorato al tavolo, a quel momento, vedevo tra i petali gli occhi azzurri di Paola e sentivo in sottofondo il suo urlo da orgasmo.

Le sue parole volavano tra un boccone e l’altro affogandosi ogni tanto con creme e salsette. Dopo ci precipitammo nella chiesetta del paese, dove un coro formato da casalinghe, maestri di sci e camerieri teneva un concerto di “Tuscendidallestelle”, due ore seduto in una panca ad osservare le fiammelle delle candele che si piegavano dal freddo fino a quando il coro non si è concesso per il bis e ci ha salutati lasciandoci delle cartoline per le donazioni.

Poi i saluti e gli auguri a tutti di buonannonuovo.

FEBBRAIO

Febbraio è stato un mese durissimo, la KRUIZER, la mia azienda, perse il 30% del proprio valore in borsa, parecchi dirigenti furono sostituiti con altri più giovani, pochi restarono al loro posto, tra questi io.

Ma questo non ha fatto altro che rendermi più paranoico, è stato il mese in cui ho aumentato le sedute dallo psicoterapeuta, due a volte tre a settimana. Come se fosse lì il posto dove cercare le risposte, come se si potesse curare una vita solo parlando. Come se potessi farne a meno.

A febbraio lo spalla a spalla tra Obama e Hillary era al suo apice, la lotta tra due emarginati che tentavano di dare scacco alla poltrona più ambita del mondo sfruttando appieno la loro appartenenza a due categorie, la lotta era tutta lì un nero contro una donna, e poco contava cosa sapevano o potevano fare, gli elettori votavano la categoria, non le capacità.

Io invece lottavo affinché non spostassero la mia scrivania in un ufficio più piccolo e all’inizio del corridoio. Tutto lì il prestigio, i metriquadri dell’ufficio e la vicinanza alla scala d’ingresso, il mio status sarebbe stato modificando insieme alla posizione geografica della targhetta sulla mia porta: Dott. G. Marini, Area Manager. In ottone, naturalmente, con carattere Lucida Callygraphy. Di quelle che quando ti avvicini si vede il riflesso della persona e mano a mano ci si specchia nella targhetta per controllare se il nodo della cravatta è in ordine e che poco prima di girare la maniglia della porta, mentre si bussa, si! Bussare sempre!, poco prima ci si mette in ordine i capelli, come se fosse quella la cosa più importante, i capelli.

Lottai duro per conservare il mio posto ma ci riuscì.

MARZO

Marzo non mi ha lasciato impresso un ricordo particolare. Sarà stata la primavera, saranno state le partite a tennis dopo l’orario d’ufficio, nel campo illuminato a giorno dalle fotovoltaiche, ma giuro che di marzo un ricordo netto, unico, non ce l’ho.

Peccato, magari è proprio lì che dovrei cercare la radice di tutto quello che è successo dopo, o forse ci sono ragioni dietro la mente per cui di marzo non v’è traccia.

APRILE

Aprile è il più crudele dei mesi, genera

Lillà da terra morta, confondendo

Memoria e desiderio, risvegliando

Le radici sopite con la pioggia della primavera.

Così scriveva Eliot nella “Terra Desolata”, il mio poema preferito.

Confondendo memoria e desiderio. Cioè confondere nel tempo quello che si è desiderato con quello che realmente è successo. Confondere è una cosa che mi capita spesso. Perché la confusione, cioè dico la MIA confusione, ha un che di magico. Addirittura durante un orgasmo ho chiamato Paola col nome di mia moglie: Aida. Ho giurato e rigiurato che non volevo, che è stato istintivo, abituato a mordermi la lingua con mia moglie per non chiamarla Paola, e lei giù dura che non voleva saperne di ascoltarmi e si è chiusa in bagno tenendo in ostaggio le mie mutande e urlandomi che ero uno stronzo, tanto che ad un certo punto dalla camera a fianco hanno dato delle grandi botte contro il muro che sembrava volessero abbatterlo. E io lì in piedi fuori dalla porta, ad implorarla di aprirmi, di lasciarmi spiegare.

E niente.

E’ stata per più di un ora chiusa in quel bagno maledetto senza dire una parola.

Poi tranquilla, quando io stremato ero accasciato sulla moquette, aprì la porta e si rivestì con ancora le mie mutande in ostaggio, strette tra le mani.

Fece tutto con una lentezza sorprendente, ma senza che io riuscissi a muovermi dalla posizione in cui ero. Prima di uscire lanciò le mutande sulla moquette e sbattè la porta.

E io neanche ho capito se desideravo dire il nome di mia moglie o se avevo nella memoria quella parola per indicare l’orgasmo.

Ma poi cosa importa? Cosa conta se la memoria si confonde col desiderio? Tanto ormai sono passate entrambe.

MAGGIO

Maggio lo ricordo per il terremoto a Sichuan, in Cina. E nonostante questo, nonostante la distruzione loro sono rimasti lì, impassibili e freddi. Così come piacerebbe certe volte a me, restare impassibile e freddo davanti a qualunque assurdo tipo di evento possa accadere. E me ne accadono di eventi eccezionali, ma io no, non sto impassibile, mi fermo, mi blocco e poi mi agito, mi dispero, sento la vena sulla tempia gonfiarsi e poi esplodo.

Come quel lunedì 12 Maggio, addì, che quella faccia di cazzo dello Spintone mi si fa avanti, nel mio ufficio, poco prima di andar via e mi fa: “E mica me la conta giusta lei…”, sgranai gli occhi ma cercai di rimanere serio, tanto qualunque cosa avesse avuto da ridire potevo sempre zittirlo con quella sua storia coi rimborsi spese gonfiati.

“Eh, no, che non me la conta… lei e quel ragioniere di provincia…”

Gli mostrai la sedia ma lui resta in piedi, mentre io da dietro la mia scrivania, quella su cui mi rombavo Paola, che è stata sostituita da Veronica (sia come segretaria che come trombata), lo guardavo tenendo le mani giunte, come a volerlo pregare di sbrigarsi che poi restavo incasinato nel traffico delle cinqueemezza.

Poi sorprendendomi chiuse la porta del mio ufficio e si sedette.

“Guardi che io so tutto!”

Pensai subito alla storia con Paola (o peggio ancora Veronica, che era nuova e non ci poteva fare affidamento, che a tenere cecio e cazzo in bocca mica era capace), osservai il soffitto per scovare eventuali webcam nascoste da cui avesse registrato le mie performance extracurricolari, nascoste ora in chissà quale hard disk, e in questo caso sarebbe stata molto hard e mi sarebbe pure costato il lavoro. Ma prima di fami cacciare l’avrei rovinato, di sicuro se dovevo cadere io sarebbe caduto anche lui, e peggio di me, se io avessi avuto qualche chance lui no, lui sarebbe colato decisamente a picco.

E questo lui lo doveva sapere, mi dicevo. E allora perché era lì?

“So che il livello è stato dato al Mazzetti perché è un raccomandato di merda, lo so, ma perché non mi hanno neanche accettato l’aumento?”

Ah! Ecco dove voleva arrivare! Voleva che lo aiutassi a capire i meccanismi del marchingegno dietro cui era stato affossato il suo avanzamento di livello. E a quel punto non potei fare a meno di restare sorpreso, stavo per confermare a quella nullità di tutte le mie scappatelle in ufficio e invece era solo un imbecille in cerca di rassicurazioni.

“Lo so, che certe cose non me le può dire, lo so.”.

E invece caro il mio Spintone stavo proprio per spifferarti tutto, ma proprio tutto-posizione-per-posizione e sai che risate ci sarebbero state dopo!

“Però mi dica, dottore, almeno un po’ me lo sarei meritato?”

Con tutta la calma possibile, ma senza poter nascondere il risolino che mi usciva dalle labbra, lo puntai con gli occhi e gli snocciolai il discorsetto standard.

“Mio caro Spintone, lei lo sa come va questo paese, ci sono cose dentro cui è meglio non mettere mano, nemmeno a certi livelli. Però mi creda: so benissimo come si sente.”

“Immagino, dottore, immagino…”

“So per certo che una persona capace come lei sarebbe stato entusiasta di avere questo encomio, ma creda alle mie parole lei vale molto di più di un numero scritto su una busta paga. Molto di più.”

Poi continuò i suoi lo sapevo, i suoi è tutto un complotto, e siamo solo noi che possiamo difenderci coi denti perché tutti, tutti sono marci.

Alla fine mi ringraziò e si allontanò verso il suo ufficio, giusto un minuto prima delle cinque e mezza. Giusto in tempo per andare via.

GIUGNO

Ricordo bene quel gol, SPAGNA-GERMANIA, Torres al trentatreesimo. Lo ricordo bene perché nello stesso momento mia figlia ebbe la brillante idea di portare l’ultimo sfaccendato dei suoi ragazzetti a casa nostra, e nello stesso momento che il pallone, bianco e nero, una saetta bianca e nera che veloce si intrufolava nella porta, nello stesso momento lo sfaccendato con una manovra sbagliata aveva ficcato il suo cazzetto dentro mia figlia, il cui urlo lacerante fece girare i calciatori che avevano seguito il pallone fino a quel momento e mi chiedevano: ehi! Mica l’avrà sventrata?

Naturalmente queste sono cose che io non ho saputo, di cui non ho parlato, un urlo che non ho ascoltato, ma no dai, le sarà caduto qualcosa è sempre così distratta.

Anche se il resoconto, millimetro per millimetro l’ho ritrovato alla moviola, nel blog che mia figlia pensa di tenere segreto, ma in cui ogni tanto, non sempre, giusto quel po’ per sapere se si droga o se è incinta, leggo stropicciandomi il mento.

E sempre quel gol nella mia memoria sarà associato ad una botta storta, un gol del cazzo insomma.

LUGLIO

Ingrid Betancourt, se qualcuno me lo chiedesse, in qualsiasi momento (anche se di solito si fa a dicembre) mi chiedessero di associare una donna al mese di luglio in un calendario, sempre sarebbe Ingrid Betancourt.

La mimetica indossata sopra una t-shirt blu, il cappello leggermente piegato sugli occhi, ma una tale forza negli occhi che non ho mai rivisto in nessuna donna, e di donne, io, ne ho viste tante. Il suo salutare, con quella mano guantata con una fascia nera, resterà uno dei momenti più belli della mia vita, quanto desideravo essere l’uomo con cui avrebbe fatto l’amore quella sera, era tanto il desiderio che mentre guardavo la CNN cominciai a menarmelo.

AGOSTO

L’otto agosto duemilaotto iniziarono le Olimpiadi di Pechino, nonostante il terremoto, nonostante le macerie, nonostante l’ondata di alghe killer, i cinesi hanno dato inizio alle Olimpiadi, nonostante le alghe facessero sembrare il mare un immenso prato all’inglese, loro i piccolini si son messì lì e hanno sconfitto la natura, piegandola alle loro necessità.

Io no. O almeno non ancora.

Mi sono accorto della pancia, che copre il girovita. Dei capelli bianchi. Ho notato le macchie gialle sulle mani, le prime, piccole, che ancora ti ci concentri per vederle, ma ci sono, e, inesorabili, si allargheranno.

Mi sono accorto di stare invecchiando il giorno del mio quarantottesimo compleanno, esattamente quell’otto agosto, in cui i cinesi affermavano la loro supremazia sulla natura, io constatavo che nonostante tutto quello che potessi fare, creme antirughe, gel rivitalizzante, botulino, tinture, niente avrebbe potuto fermare la natura che lottava contro di me.

Mi sentivo sconfitto inesorabilmente, senza che potessi ribattere e colpire. Ai miei occhi qualunque tentativo chimico o meccanico si potesse operare sul mio corpo sarebbe solo stato una maschera di cartone su un cantiere su cui incessante cade la pioggia.

SETTEMBRE

Lehman Brothers, questo è stato il nome che è stato di più sulle bocche della gente a settembre. Ed anche sulla mia. E’ colpa della Lehman Brothers se la mia vita ha preso un’accelerazione in discesa in costante aumento. Alla Lehman non è bastato risucchiare nel suo ciclone qualcosa come cinquantamila euro, no, sarebbe stato semplice come lasciarmi affogare nel bagnasciuga, no, la Lehman ha anche dato un colpo di frusta alla Kruizer, tanto da dover mandar via qualche nuovo assunto, niente di che, sia chiaro, è un riciclo che a volte è anche salutare, ma tra questi si è trovata ad affogare anche Veronica, che, come tutti gli animali che stanno per morire, ha fatto l’unico tentativo che poteva per restare a galla, cioè sputtanare me e i miei vizietti. Il Direttore Generale, un francese, Jean Baptiste, è stato comprensivo, molto, anzi troppo, e si è limitato a farmi una lavatina di capo abbastanza leggera. Ma la vendetta della vipera non si è mica fermata lì, no, la stronza ha avuto la geniale idea di sviluppare le foto che aveva fatto col suo cellulare e le ha mandate a mia moglie.

E per quanto possa essere moderna Aida, di certo vedere le chiappe nude del proprio marito che stringe una poco più che ventenne sulla sua scrivania, su cui è poggiata la foto di tutta la famiglia in vacanza, bè, è bastata la prima foto a fale decidere di cacciarmi di casa senza sentire una sola spiegazione, non una singola parola  hanno potuto giustificare le mie labbra.

OTTOBRE

Ottobre no, ottobre sarebbe da cancellare totalmente, ho fatto la cazzata più cazzata che si possa fare, sono tornato implorante da mia moglie e le ho chiesto, pregato di perdonarmi. Si, si, l’ho fatto perché altrimenti le bambine non le avrei più riviste, e poi chissà quanto avrei dovuto sganciare di alimenti ogni mese per far loro passare ogni capriccio possibile, e si, magari centra anche il fatto che dormire in albergo e farsi lavare le camice dalla laundry in quelle bustone trasparenti è quanto di più squallido e triste possa esserci. E poi si, posso dirlo, separarsi è un trauma anche se sei un puttaniere incallito, perché si! cazzo! Si! tornare a casa e trovare qualcuno che ti aspetta, che ti prende il cappotto dal braccio, ti prepara la cena e poi il caffè è bello, nonché comodo ed anche economicamente vantaggioso, specie se non sai come la tua azienda affronterà il crollo delle borse, che magari, ma meglio di no, il tuo nome finirà in quel ciclone finanziario che tutto divora, utili, margini, budget, persone e immobili.

E lei, come se non aspettasse altro mi ha riammesso in casa. Oddio, non che aspettasse me, no, non che fosse innamorata del sottoscritto, no! Lei voleva proprio gustarsi la scena del mio ritorno a casa, da cane bastonato, con la coda tra le gambe e lo sguardo implorante. E io l’ho accontentata, perché è questo che faccio meglio con le donne: le accontento per vivere meglio. Ma poi qual è il problema? Umiliarsi? Suvvia, lasciamo stare. Quanto conta davvero la dignità rispetto al calcolo puro? È stato semplice, e ritornare alle mie vecchie abitudini sarà lento, ma altrettanto semplice. E poi si, col tempo tutto sarà appianato, tutto dimenticato.

Almeno da lei.

NOVEMBRE

Le elezioni americane avvengono sempre il martedì successivo al primo lunedì di novembre, e quest’anno il martedì d’oro è toccato a Barack Obama agganciare alla cinghietta del suo portachiavi le chiavi della Casa Bianca. Anche io avevo le mie. Ben strette nelle mani la sera mentre rincasavo parcheggiando il SUV nel garage.

Le finestre dei vicini accese come televisori messi ai lati delle strade.

Il camion della nettezza urbana che masticava sacchetti neri.

Il semaforo che lampeggiava giallo all’incrocio.

Ricordo questi piccoli flash quasi sfocati, come contorno di quello che successe dopo. Lo strappo che sentì al braccio, la borsa che scivolava via e io che pensavo: cazzo si romperà il portatile! E invece no che non si ruppe, no che non cadde a terra, no! Un tipo con su una tutta col cappuccio che gli copriva tutto il viso stava correndo via con in mano la mia borsa e tutti i documenti che ci tenevo dentro. E di quella borsa ricordo tutti i particolari: ricordo i documenti che conteneva: la bozza del contratto Wert, la mia delega a Amministratore Delegato, due fotocopie della mia carta d’identità, la mia agenda con 12 mesi di impegni fitti e su cui erano segnati anche i numeri di cellulare (privati) dei maggiori azionisti della Kruizer, il pacchetto con i nuovi biglietti da visita (quelli con il logo nuovo e l’indirizzo email in calce), un lettore mp3 con musica classica da ascoltare in viaggio, un block notes in cui erano appuntate le bozze dei programmi aziendali per il nuovo anno, la foto delle mie figlie, al mare, qualche anno fa, una stilografica Parker, una matita con gomma (leggermente consumata), una scatoletta in metallo di mentine e un calendario da scrivania.

Vedevo tutte queste cose nell’istante in cui la mia borsa scappava insieme al ragazzo col cappuccio, e vedevo i lacci ai lati del cappuccio ondeggiare nell’aria come code di cavalli sbizzarriti.

Ma la cosa di cui mi resi conto troppo tardi era che stavo cadendo a terra, e solo quando sentii il rumore del mio cranio contro il bordo del marciapiede, un suono come di zucca frantumata, uno SPAK secco e deciso, veloce, che non lascia tempo per fermarlo.

DICEMBRE

Sento il mio corpo invecchiare, le mie cellule morire lentamente e cadere a terra con un tonfo simile alla craniata dell’incidente. Percepisco i lembi di pelle staccarsi dal tessuto ancora vivo, volteggiare nell’aria e precipitare sul pavimento. Il fluido della flebo si fa strada attraverso il foro garantitogli dall’ago fin dentro le mie vene e lì si mischia col mio sangue per arrivare poi al resto di tutto il mio corpo.

Sento il dolore di ogni piaga della mia carne, le sento urlare e elettrizzarsi ad ogni movimento che il fisioterapista tenta di dare alla larva che sono diventato.

E’ bastato poco: sbattere la testa e il buco che si è aperto ha permesso all’aria di entrare ma anche a tutte le capacità che avevo di scappare via, anche muovere le palpebre è divenuta l’azione più complicata che possa compiere, anzi impossibile, perché se prima potevo permettermi di sbagliare qualunque movimento e di rifarlo, annullarlo, ripeterlo, riviverlo, ora no. Ora devo elemosinare un po’ di comprensione da chi mi sta vicino, un po’ di intuizione affinché capisca che mi prude proprio lì, tra la scapola e le costole, devo chiedere un’enorme quantità di empatia affinché scacci quella mosca che mi si posa sulla piaga che si è formata tra indice e medio, devo sperare nella loro pietà quando a sera, stanco di essere sveglio senza possibilità di movimento, vorrei tanto poter spegnere la luce e addormentarmi.

Ma non ci riesco.

Non riesco ad addormentarmi, non riesco a grattarmi, non riesco a scacciare una mosca, non riesco a spegnere la luce.

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