Dal «senso della fine»
alla «fine del senso»:
il romanzo infinito e il libro nudo

Il romanzo infinito e il libro nudo: voglio che qualcuno mi spieghi il senso di una “figata”.

Il libro, ogni storia contenuta in esso, ha sempre rappresentato un immenso universo dentro una perfetta architettura finita. Al suo interno, in deposito, l’indispensabile requisito del senso: relazioni concordanti e discordanti fra le parti che vivono in questo spazio chiuso. Questo “meccanismo”, se così vogliamo chiamarlo, non dice altro (non c’è altro) che la maniera umana di concepire, di dare senso all’esperienza di vita e al tempo vissuto: narrativamente. Il cosiddetto “senno del poi” e la sua potenza di risignificare anche una vicenda vissuta con segno opposto è solo un esempio del principio che governa la potenza del racconto: il “senso della fine”. Anche le trame che si intendono descrivere “a finale aperto” rientrano in questo discorso. Esse non sono altro, infatti, che terre d’espansione per quella festa dell’interpretazione a cui ogni uomo-lettore di diritto è invitato. Ma si parla sempre e comunque di opere che vivono dentro precisi artifizi atti a produrre un effetto di senso – in questo caso – spaesante. Per restituire un qualche significato, persino l’effetto del non-sense, del dubbio e dell’indeterminatezza non esistono scappatoie da questo semplice principio: il mondo ha bisogno di “contorni” per avere senso. L’esperienza deve essere chiusa. Il senso è un’esperienza chiusa.

Eppure ieri ho letto il giornale. Due notizie diverse ma entrambe testimonianze di un mondo senza più contorni.

La prima. Da un po’ di tempo è nato un gruppo su facebook che si chiama “quelli del romanzo infinito”: un insegnante di italiano in un liceo scientifico di Agropoli, insieme con le sue due classi, hanno iniziato a scrivere una storia pensando di farla continuare a chiunque volesse, secondo un massimo di 16 righe ciascuno con l’unico criterio della connessione causale degli eventi. Nessuno può partecipare più di una volta. Si sono iscritti in 900 e sono già arrivati al IV capitolo. Sembrano essere già successe un sacco di cose e c’è anche un sito apposito in cui viene fatto l’editing formale del testo. Con buona pace di Proust, vogliono fare “il romanzo più lungo della storia”. Una gran figata! Da fare, subito. Benevolmente riuscirei solo ad associarvi lo status e l’utilità propria di uno psicodramma collettivo.

La seconda. È uscito da poco per la Giovane Holden editrice, un libro che si intitola “Nudo” con tanto di presentazione in libreria e relatori ad hoc. La quarta di copertina: Questo libro vi stupirà. Per la sua semplicità, per la limpidezza dei contenuti, per il messaggio forte che nasconde tra le pagine. Qualcuno ne rimarrà affascinato, qualcuno scandalizzato, qualcuno ammaliato, qualcuno si chiederà come sia potuto accadere che… Una cosa è certa: arriverete d’un fiato fino all’ultima pagina e vi accorgerete di non esservi annoiati. Si tratta di 112 pagine bianche al costo di 5 euro. Dicono gli autori: “Di parole ne sono già pieni tutti gli altri libri. E quanti di questi – in cui pensieri, parole, concetti ed emozioni sono impressi classicamente a inchiostro – sono più bianchi di un libro dalle pagine bianche? Quanti di questi libri tradizionali sono scivolati via senza lasciare nulla, letti con la mente altrove?”. E concludono brillantemente: “Se non sapete che farne di un libro bianco… Beh… Avrete pure a casa, da qualche parte, un tavolino che traballa (vedere su Google alla voce “zeppa”)”. Una gran figata! Da comprare, subito.

Mi accorgo da solo che l’oggetto (il libro) e l’iniziativa (il gruppo su facebook) cavalcano un consueto e crescente tipo di cannibalismo: il produttore, quello che prima ti proponeva un qualsiasi contenuto, ora ti fornisce semplicemente una piattaforma. E tu, secondo questo assunto, “compri” un te stesso (produttore) che prima non avevi: il programma televisivo “lo fai tu da casa”, il giornale “lo fai tu da casa”, il libro che compri “lo fai tu a casa”, persino l’homepage di Google non è più esattamente di Google perché “la fai tu dal tuo pc”. La cosiddetta “versione 2.0” applicata a qualunque cosa. Tutto diventa processo senza che si arrivi mai al sistema, alla cosa in sé. Quanto tempo ci si può beare di tutto ciò? Nessuna storia (perché senza fine). Nessun contenuto (perché le pagine sono vuote). Nessun senso. Niente di niente. Non è successo nulla. Fortunatamente, alla fine (sic!), ci resta la maniera pre-narrativa di dare senso: quella di nominare le singole cose. “Pubblicità”, è questo il nome. L’importante è sapere di cosa si parla: né libri, né romanzi, ma pubblicità. Sembra che oggi non si produca altro. Se non lontano dai riflettori. Ma forse non potrebbe essere che così: oggi i riflettori sono puntati soltanto su altri riflettori, la luce acceca e non si distinguono più i contorni delle cose.

10 thoughts on “Dal «senso della fine»
alla «fine del senso»:
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  1. grazie Mari,
    siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Mi piacerebbe anche ascoltare qualcuno che non la pensa esattamente così.

    “A volte credo che i buoni lettori siano cigni ancor più tenebrosi e rari dei buoni autori”, J. L. Borges.

  2. Marco, grazie per questo pezzo che offre più d’uno stimolo su cui riflettere.
    Le operazioni di marketing affondano i denti sulla crisi generale dei contenuti, che poi sta idea del libro bianco tanto originale non è, mi ricordo bene di averla letta almeno una mezza dozzina di volte come trovata provocatoria, persino in un albo di Paperino, in cui Gastone Paperone s’arricchiva proprio con un libro vuoto.

    E’ tutto marketing e pure bieco, non tanto distante dai libri confezionati sugli argomenti più disparati in giro per i vari lulu, miolibro e compagnia bella.
    Lo scriveva pure Nico Orengo, è più facile del passato pubblicare ma mancando la selezione a monte sono davvero pochi i libri che sopravvivono.

    Se poi la pietra di paragone con cui confrontarsi diventa la percentuale di copie vendute, Melissa P. pareggia con Saviano… Ed è abominevole.
    Il mio comodino, per dirla con la mia dolce metà, tracima di volumi, te li elenco per aver qualcosa di cui (s)parlare: il volume del 66 della grande dinastia dei paperi con la bellissima storia della regina dei dingo di Carl Barks, il secondo volume della guida galattica per autostoppisti, dampyr del mese scorso, Sbucciando la cipolla di Grass, Sconosciuti e dimenticati di Lino Buscemi, il meridiano di Carver, la vendetta del Padrino, wired numero 2. Di tutti questi il migliore resta Barks che resta insuperabile narratore verbovisivo. Alla faccia di tutti i libri denudati di questa parte della Terra.

  3. L’attenzione che hai posto su questi due fenomeni (o epifenomeni) “letterari” è importantissima. Tempo fa Jean Baudrillard ha scritto un libro dal titolo “L’illusione della fine” nel quale denunciava il dramma di un modo in cui la fine, proprio perché immanente, risultava sfuggita di mano, irreperibile, presente proprio nella sua impossibilità di localizzarsi. Tutto questo, può darsi, l’hanno capito quei filosofi che negli anni quaranta e cinquanta hanno parlato di fine della storia, come Alexandre Kojève e non solo. Quelli che dopo la fine della seconda guerra mondiale (e in realtà, profeticamente, anche ben prima) hanno capito che la storia avrebbe seguito un unico orizzonte – quello occidentale – e che questo orizzonte era già compiuto, come scriveva Francis Fukuyama, nella forma della liberaldemocrazia statunitense. La guerra fredda? Una fase già destinata prima ancora di cominciare. La caduta del muro, in riferimento alla quale non a caso De André scrisse una canzone illuminante, geniale, “La domenica delle salme”, si configurava allora – con una certa lungimiranza – come il giorno “che si portò via tutti i pensieri”, il giorno in cui “il gas esilarante presidiava le strade”, e il dramma si esauriva definitivamente. Per le strade, continuava ancora De André, “gli addetti alla nostalgia accompagnarono tra i flauti il cadavere di Utopia”. E non credo che De André avesse in mente di fare un’apologia del regime comunista, fortunatamente caduto. Ma denunciare la vittoria di un modello unico, che a suo modo compiuto (benché si vedono ora come non mai i segni del fallimento di questo ipotetico compimento), dispensava definitivamente da ogni altra ipotesi di fine.
    Il problema è che la fine non è affare né della politica né della storia. È affare, come ci ricordi bene tu, della letteratura. E dell’arte in generale, direi, della musica come del cinema o della pittura. Ed è invece proprio qui che la fine viene ritirata, trafugata, o semplicemente aggirata. Mi chiedevo, leggendoti, che collegamento c’è tra le due cose. Tra questa letteratura in-finita e questa storia che sembra finita (ma che non lo è), tanto finita che la dimensione pubblica più ambita non è quella della “cosa pubblica” ma quella del privato che diventa immediatamente il pubblico, come nell’idea stessa del reality, tanto finita che si percepisce dappertutto una certa deresponsabilizzazione comune, l’ovvia sottomissione delle altre culture a quella occidentale e infine l’idea che siamo in una condizione di essenziale stasi e mantenimento delle precedenti conquiste socio-politiche, e spogliati di qualsiasi aspirazione alla possibilità del cambiamento o della “rivoluzione” (metto tra virgolette perché intendo in senso lato). Questa apparente collocazione, lì sul limite della storia, potrebbe averci resi ciechi nei confronti proprio di quella fine sulla quale sediamo beati? E in assenza di questa fine tanto presa quanto irreperibile, potremmo aver perso di vista l’importanza della fine? Potrebbe essere accaduto, in quest’epoca che non vuole lasciare morire neanche i già-morti come nel racconto di Edgar Allan Poe “La verità sulla vicenda del Signor Valdemar”?, che a cavallo della fine non si abbia più la forza né di ammettere che la fine ci è sempre un passo al di là – nella storia dell’uomo -, né di sopportarla lì dov’è – cioè nella finzione-funzione della letteratura?

  4. Caro Marco, la fine del senso e il senso della fine, ricordano la confusione esistente in molti casi tra la forma e la sostanza, l’obiettivo e il percorso per raggiungerlo. Occorre però aggrapparsi positivamente ad un concetto: non sempre questa distinzione è utile, se effettuvamente ci porta a raggiungere il vero risultato cercato. Il problema allora si trasferisce nella consapevolezza della ricerca: sappiamo veramente quello che vogliamo? Siamo disposti a lottare e assumerci le nostre responasibiltà?

  5. Cara Giulia,

    ti ringrazio del ricco contributo che hai versato sulle mie considerazioni. Ti propongo una considerazione sul legame tra la fine trafugata e l’arte in-finita. Come scrisse Frank Kermode, commentando un’opera di Bultmann sul pensiero apocalittico nella visione cristiana dell’identità e della Storia (“The sense of an Ending”), la Fine da imminente è diventata immanente. Lo stretto nesso di cui hai chiesto contezza, tra una Storia che sempre sta finendo (fine immanente) e l’arte che perde il suo “contorno”, come dico io, dipende da una precisa chiave di volta: il concetto di orientamento. Un concetto chiave nell’arte narrativa, come nella vita responsabile di ciascuno di noi (essendo le due cose inscindibili giacché ognuno sempre ri-legge la propria storia per tenerla insieme e ri-significarla). Ora, sarebbe proprio l’orizzonte chiaro che sta davanti a permetterci di tenere la bussola e dare senso persino alle più imprevedibili e non volute deviazioni di percorso: per quanto ingarbugliata, sapremmo che la freccia della nostra storia si muoverebbe dal punto A al punto B ed è questo che ha sempre fondato la “certezza di senso” e la relativa capacità di raccontare. In sostanza, sto parlando (con Heidegger) di “essere per (grazie a) la morte”. E’ questo l’unico orizzonte chiaro che abbiamo, certo, fondante. La possibilità di “vederla davanti”, questa fine, permette di considerare responsabilità nostra “fino a quel punto” la significazione del tutto. Grazie a questo essa rimane un pensiero umanamente sopportabile, anzi fondante. Ma ormai, essendo stato bandito da tempo in Occidente il pensiero della morte, non esiste più una fine imminente con cui umanamente confrontarsi; resta la fine immanente. Così nel campo della rappresentazione artistica (e dei modelli mentali della popolazione di questo emisfero cui essa si lega) il punto B di cui sopra si trascolora, si perde l’orientamento di lettura, si rende insopportabile il lavoro responsabile del dare senso e le storie semplicemente “muoiono continuamente” in un grande buco nero aperto che irrefrenabilmente aspira tutto. Il tutto, in una ipotetica teoria della fruizione artistica, animalizza a mio parere la coscienza dell’uomo che non riesce a vivere più “per” il domani. Tutto diventa esperienza continua e nulla più esistenza discreta. L’arte si inventa le istallazioni invitando lo spettatore ad entrare nell’opera per farla vivere, le avanguardie musicali rompono il muro divisorio (significativo) fra la musica e la pura sonorità, il cinema produce film la cui rotazione è sempre più veloce nelle sale (data la rara originalità delle storie) e si “fantasmizzano” le pellicole. Vorrei comunque precisare (soprattutto a chi altri dovesse leggere questa ulteriore riflessione) che non sono il tipo di persona che divide il mondo in bianco o nero, e quella di cui ho parlato finora resta la lettura di una tendenza generale. A proposito di ciò, in questo ultimo periodo storico di crisi mondiale (che significa “grande cambiamento forzato”, in una direzione o in un’altra), un periodo di sempre-peggio, di scontro tra religioni e culture, di gente che cade a pezzi, si può notare una crescita della domanda di senso. L’acquisto di “altri se stessi” (inevitabilemente fittizi) come dico nell’articolo, ne prova la fondatezza. Ma la cosa più bella è che altrove si nota invece un’interrogazione critica riguardo al senso e che non si accontenta più delle vecchie “agenzie” morali pronte ad imbeccare. Come al solito, si deve guardare a canali informativi e comunitari alternativi a quelli sotto i riflettori. Senza voler straparlare, mi sembra infine che una testimonianza del ritorno di questa domanda critica sul senso la possiamo dare proprio io, te e molti altri che, nel nostro piccolo come adesso, semplicemente cerchiamo di confrontarci su queste cose a cui teniamo.

  6. Marcuccioi780,

    sappiamo veramente quello che vogliamo? Siamo disposti a lottare e assumerci le nostre responsabilità? Direi che queste SONO le domande. Ma aggiungo che la possibile risposta per ognuno di noi non può prescindere, rispettivamente da: un modello di riferimento che ci aiuti a discriminare l’esistente per la scelta da fare e, in seconda battuta, la consapevolezza dei prezzi da pagare per seguire quella scelta. Il tema dell’articolo, tra questi due ambiti connessi che hai rilevato, tocca il primo (essendo l’altra domanda inevitabilmente connessa ad ogni singola persona). In breve, i due tipi di “proposta culturale” cui ho fatto riferimento sopra (l’iniziativa e il libro), li penso come dei “percorsi” che non portano a nessun obiettivo, per usare le tue parole. Anzi, secondo me, per il tipo di successo che hanno già avuto (o presuppongono a ragione di avere) rappresentano – giammai la causa – ma la spia di una grande tendenza per cui la nostra società non riesce più a edificare nessun modello di riferimento culturale.

  7. Tonino, grazie dell’ospitalità.
    Come al solito la memoria corta di questi tempi fa sdoganare come “novità” semplici riproposizioni. Del resto quel gran figo di Paperino conferma tutta la dignità del mondo fantastico in cui la sua sfortuna si muove 🙂 Sembra che oggi la sopravvivenza sia un problema secondario per chi produce nel mercato editoriale. La quantità è più facile. Ma il criterio del numero ha preso un po’ il primo posto anche in altri ambiti e qui mi autocensuro, per non andare fuori tema.
    Attualmente il comodino non ce l’ho, per questioni di domicilio precario, ma anch’io ho sciacallato giovedì scorso col 30% di sconto alle Feltrinelli. Tutti “libri col cappotto”, nessuno nudo, classici che mancavano alla lettura: “L’idiota”, “Il processo”, il consigliatissimo “Everyman” di Roth e “La mia vita disegnata male” del Gipi, anch’egli grande esempio di narratore verbovisivo.

  8. Caro Marco,
    sono davvero molto felice di questo scambio. Pensavo due cose in particolare. La prima: La parola che conclude, come parola letteraria che dice la fine (e dicendola la pone effettivamente) è una parola che non solo conclude. È la parola del senso come architettura della fine, ma è anche essenzialmente parola che apre, al di là di sé – rinvia, potremmo dire – a un prossimo inizio, parola di una finitudine infinita, quindi sempre riaperta, sempre rimessa in gioco, sempre di nuovo aperta a un altro modo del finire, o al prossimo modo del finire. Ed è proprio quest’infinito carattere del finito che la parola letteraria vuole dire. La parola che dice la fine turba l’equilibrio della fine che dice, è la goccia che trabocca dal vaso, e il gioco, da qualche altra parte, ricomincia. Da qualche altra parte, questo è essenziale. In quell’esistenza discreta di cui parlavi, perché nella continuità assoluta la stasi e il movimento diventano uno.
    L’esistenza discreta significa che vi sono silenzi, buchi, vuoti, interdizioni che creano la possibilità dell’iniziare e del finire, la possibilità della negazione, della differenza, e dunque del senso stesso.
    La seconda cosa a cui pensavo riguarda il riferimento che facevi al pensiero apocalittico e alla questione dell’orizzonte davanti al quale solo è possibile una responsabilità. E pensavo che non è un caso che proprio il pensiero cristiano (cattolico in particolare) abbia perduto sempre più il suo confronto con quell’apocalittica che costituiva il nucleo fondamentale dell’esperienza delle prime comunità cristiane per le quali il Regno di Dio era vicino e dove il Regno di Dio non era di certo il paradiso della salvezza individuale. Penso alle bellissime pagine di Taubes nell’ “Escatologia occidentale” in cui il filosofo dice che sempre più nella storia del cristianesimo l’escatologia si trasforma dal problema del senso della fine e del trionfo del Regno di Dio nel il “dramma dell’anima”, così disinnescando la carica rivoluzionaria del cristianesimo e ritirando le sue aspirazioni al privato cantuccio del focolare domestico, come lamentava Dostoevskij. Volendo parlare ancora in termini di cristianesimo (che ha il suo senso, visto che tutta la cultura occidentale ne è permeata), la prospettiva di una seconda venuta di Cristo – che evoca l’apertura di una fine a-venire – è stata del tutto abbandonata a favore di uno schiacciamento sull’anno 0 (o l’anno “33”), fine già finita, compimento già immanente da duemila anni, adesso solo trascinato, privato del vero senso della “conversione” (che nulla ha a che fare con il cambiamento di religione d’appartenenza) invocata dall’evangelium.
    Penso che ci sia anche moltissimo da riflettere sull’essere-per-la-morte heideggeriano che richiamavi, su quell’impossibilità che esso essenzialmente è, in contrapposizione a quella morte resa accessibile tramite il video. penso ai filmati che i ragazzini di un liceo fanno alla loro compagna appena uccisa da un bus (e messi poi su youtube) di cui le nostre cronache hanno parlato, a film come “live” e come “nella rete del serial killer” che più o meno bene gettano una luce su un argomento che mi sembra particolarmente attuale e inquietante…
    comunque, come sempre ho scritto troppo =)
    grazie ancora per gli stimoli importantissimi!

  9. Esattamente come hai detto, la parola che conclude getta il ponte per la consegna all’ Altro dell’intera opera che essa stessa chiude. In modo tale da ricordarci che la nostra stessa interpretazione di ciò che facciamo, le nostre intenzioni di senso, diventano una semplice proposta. Ma è proprio questo il valore: aprire più orizzonti di quanti se ne possano chiudere per necessità di realizzazione espressiva e coerenza con l’idea originaria.
    Resto, dunque, contento di aver contribuito con questo articolo a farvi “pensare ad altro”, in senso esattamente opposto a quello che generalmente si addice alle mediatiche armi di distrazione di massa!!!

  10. Chi parla è un coautore del libro nudo Enzo Rielli il “fuori coro”.
    Complimenti, c’è ancora gente che usa il proprio cervello.
    Il libro Nudo(per il sottoscritto) non è provocazione, non è pubblicità, non è tutto quello che dice internet o striscia la notizia.
    Nudo è il I° (tomo I°) messaggio di una nuova proposta filosofica. che parte dall’azzeramento di tutto quello che è stato detto su tutto per riscrivere “soggettivamente” il tutto.
    Movimento di pensiero che io ho chiamato “Mentasoggettivismo” che è stato presentato in contemporanea al libro stesso. Il libro è il primo esempio di “mentasoggettivismo”.
    Quali sono le idee di questo movimento di pensiero sono riportate nel mio sito http://WWW.luccaoggi.it
    Grazie del contributo del vostro pensiero. Enzo Rielli
    P.s potete dare la mia Mail

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