IL POSTO DELLE CUCUZZE di Tonino Pintacuda

in attesa (stefa, once puck_midnight)
in attesa (stefa, once puck_midnight)

Mariuzzu e Marilù si conobbero grazie ad una zampata del destino che qui si arrota le unghia sui sogni degli innamorati. Dicono i vecchi che l’amore è l’unica cosa che ci salva, che smuove montagne e ti fa aspettare un altro maggio sul calendario.Ci credeva pure Mariuzzu, lui che le sparava grosse, così grosse che manco dovevi fare lo sforzo di tentare di credergli, però erano fesserie innocue, giganteschi palazzi di minchiate che satellitavano sempre più lontani dalla verità. E con la nuova coppia filavano giorni e minchiate, tutti e due, innamorati e gonfi di piccole piccole menzognuzze sempre più leggere.

Un giorno di novembre, il cugino di Mariuzzu incontrò Marilù e una sua amica al mercato del pesce. Lui cercava un tonnareddo da fare a tutto dentro, lei una spatola da digerire prima dei consueti due giorni che richiede la tonnina o qualunque altro pesce ammuddicato.
Il cugino si chiamava Ninuzzo, e l’amica di Marilù, che era bella come una promessa mantenuta, non lo voleva conoscere manco ammazzata, già s’era saziata dei cugini passati. Perché qui funziona così, appena ti fai zita cerchi di espandere la tua influenza nella famiglia in cui sei entrata intessendo una ragnatela di parentele confluenti.

E così Carmelina s’era assuppata più serate untuose del mocio vileda di Don Ciccio che risaliva al sessantasei, quando Don Ciccio era andato a dare una mano agli angeli del fango col suo fedele mocio.
Carmelina sazia e confusa dalla bellezza di Ninuzzu decise in un frammento di secondo: quello era l’uomo della sua vita.

Capitelo, picciutteddi! Sono e saranno sempre le fimmine a decidere. Fateci caso, tutte le figure influenti della mitologia sono femmine: Giove Pluvio può scagliare fulmini e saette tra i nembi dell’Olimpo ma basta che a Giunone acchiana la gelosia che Giove ha poco che discutere. E così via, Venere tiene le fila del mondo. E Ninuzzu chi era per opporsi alla freccia d’amore intinta? Si innamorò pure lui e fece la strada dal mercato ittico a casa ripetendo quel nome appena conosciuto, accarezzando il ricordo fresco fresco di quegli occhi di cielo e di mare, quei capelli ricci come i tentacoli di un purpiceddo duci duci.

Mariuzzu ci mise la sua, disse che era stato lui a lavorare nell’ombra. Che l’aveva capito subito che Carmelina e Ninuzzu si sarebbero piaciuti subito. Grattando tra le fissarie, Ninuzzu venne a sapere che l’amato cuginetto prima aveva proposto Carmelina a tutti i suoi amici, da Alfredo a Zosimo. Ma Carmelina che era donna oculata, ricciuta e lungimirante aveva subito capito di che pasta erano fatti i compari di Mariuzzu. Gente buona solo a tirar tardi all’osteria, capaci di consumare interi patrimoni per la festa del patrono giocando alla zecchinetta.
Ninuzzu era diverso. Aveva gli occhi di picciriddu, gli occhi di chi ancora si meraviglia quando un aquilone si alza in cielo, gli occhi veri di chi non ha mai smesso di sperare.

E così consarono la serata. Ninuzzu si preparò per bene, s’accuzzò la zazzera proletaria e si pulì pure le orecchie con due coton fioc nuovi, scansando l’arte del riciclo a cui l’aveva abituato suo padre. Pigliarono la lapa di Ninuzzu e correndo lungo le curve della statale arrivarono nella bella sera di Palermo con Marilù e Carmelina che aspettavano in un angolo ben illuminato di Piazza Indipendenza. Se ne andarono al cinema tutti e quattro. Carmelina parlava e parlava, Ninuzzu si beveva quel nettare di parole e sorrisi, pareva che non avesse fatto nient’altro che aspettare Carmelina da tutta una vita. E magari era pure vero.

Di altre donne si perse la memoria
, si sentiva un nuovo Adamo e in quel giardino delle delizie c’erano solo lui e Carmelina, pure la serpe tentatrice se n’era andata. Capita così quando sei innamorato, pure in mezzo al traffico, tra le grida e le bestemmie vedi e senti solo lei.

Voleva spremersi un po’ la faccia per vedere s’era vero. Se quella donna stava parlando proprio con lui. Si sentiva tutto un rigurgito d’amore, avrebbe pure baciato il culo peloso di Mariuzzo da quanto bene si sentiva.

E il primo appuntamento si spense piano piano, cicaleggiavano in doppia coppia. Con Mariuzzu che solleticava il piloro di Marilù cacciandole in bocca la lingua con tutto il radicone e Carmelina che sembrava ancora più bella di quando teneva sotto l’ascella la spatola.
Poi cadde la scala e tutto subì un imprevista accelerata. Perché quando l’amore arriva mica che suona il campanello, no, ti entra dentro a colpi d’ariete, ti butta giù ogni resistenza. Puoi solo affogare in quel mare di miele e lasciare che Venere nuoti felice.

Era chiaro: Ninuzzu e Carmelina erano reciprocamente cotti. Arrostiti per bene dai dardi dell’amore architettarono su come rivedersi.
Venerdì s’erano incontrati in pescheria, domenica erano stati al cinema, ci voleva qualche altro set in cui incrociare finalmente lingue e destini.

Venne loro incontro la dea Cozza, il mitile olimpico che protegge tutte le donne che hanno un bel cervello ma la faccia capace di attirare solo le cacche di uccelli in volo. La dea Cozza scelse di spingere nel limbo nero della notte della non speranza una delle sue vestali, Lisetta, che tutti conoscevano come Occhi di Purpu per un difetto alle palpebre che la faceva assomigliare a un quadro di Picasso venuto male.
Lisetta era stracotta di Ninuzzu ma nel cuore di Ninuzzu campeggiava solo e soltanto Carmelina.
La mortadella che ricopre gli occhi di tutti gli innamorati non corrisposti si andava ad aggiungere al difetto palpebrale, un cocktail micidiale.
Lisetta invitò alla festa per il suo trentaduesimo compleanno Ninuzzu e Mariuzzu. Mariuzzu naturalmente poteva portare Marilù e di conseguenza anche Carmelina.

Ninuzzu aveva deciso. Non sapeva manco il cognome di Carmelina, né tanto meno il suo numero di telefono, però sapeva bene che quella sera i loro destini si sarebbero saldati assieme.
La dea Cozza, intamata come le sue assistite, si mosse a pietà. Cercò di ritardare la disfatta della sua Lisetta. Ma Venere e Amore adorano le cozze scoppiate e agirono di conseguenza. Così, per insugare la faccenda.

La lapa di Ninuzzu era posteggiata in un magazzino diroccato che pareva quello in cui era stata ammucciata l’arca dell’alleanza nel primo Indiana Jones.
Mariuzzu, che aveva l’ormone a mille, aiutò Ninuzzo a tirar fuori il loro mezzo di locomozione ma giusto giusto una corda impigliata nella lapa aggangò la scala che serviva per salire nel soppalco. La scala cadde e aprì la fronte di Mariuzzu, era una ferituzza nica nica, meno di un graffio di gatto ma nella mente di Mariuzzu quel graffio divenne una ferita mortale.

Perché a Mariuzzu le minchiate sgorgavano spontanee come acqua sorgiva. Ninuzzu premette tutto l’acceleratore, posteggiò dove poteva posteggiarsi solo le autoambulanze e portò in braccio Mariuzzu al pronto soccorso.
Il medico ricucì lo strappo, Marilù fu costantemente aggiornata e alla fine Mariuzzu poté riabbracciarla vomitandole il consueto vagone di minchiate.

In tutto questo Lisetta aspettava a casuzza sua, con le sue amiche, cozze quasi quanto lei. Aspettava Ninuzzu tagliuzzando tonno che spalmava su toast già muffuti. La birra era calda come pisciazza e la serata era partita stitica.
Poi arrivarono Ninuzzo, suo cugino e le loro dame. A Lisetta si spezzò il cuore al primo sguardo. Perché dietro quegli occhi a palla c’era un cervello fino fino.
Pianse sulla tortazza a forma di coniglione e tutti mangiarono panna, zabaione e lacrime.

Ninuzzu non aspettò la torta, prese la mano di Carmelina e sotto casa di Lisetta, ispirato da una pioggerellina leggia leggia la baciò.
Carmelina non attendeva altro, mise la turbina alla sua linguetta di pesca e si baciarono sino a che Mariuzzu e Marilù dissero che forse era meglio spostarsi da lì, dato che già erano arrivati i pompieri col telone per evitare che Lisetta si spiaccicasse al suolo.
Ninuzzu seguì il consiglio di Mariuzzu e si spostò prima che Lisetta sfondasse l’asfalto con le sue coscione grosse come polene di vecchi galeoni.
Carmelina lo guardava estasiato, perché certe cose si sentono dentro. Lo senti davvero che la felicità ti tracima fuori, ti senti bene come quando tua madre ti permetteva di ripulire la ciotola dall’impasto della torta al cioccolato.
Certo, non sarebbero mancati i momenti bui. Perché la vita o è avariata o è varia.

Ninuzzu faceva il lavoratore socialmente utile alla biblioteca comunale e passava la grande maggioranza del tempo a leggere.
Leggeva di tutto, poesia e prosa, saggi e disagi. Da un po’ di tempo la poesia gli era entrata nel cuore. Se la sentiva gorgogliare dentro, proprio come faceva lo stomachino di Carmelina che mangiava lenta lenta come una mandria di lumache ma digeriva più veloce di uno stormo di aquile.
Aveva letto di un poeta greco che parlava di Itaca, di ricordi di zaffiro e dell’arrivo dei Barbari.
Ecco, proprio la poesia dei Barbari gli era entrata dentro, gli dettava dentro quello che aveva sempre cercato di mettere a fuoco.

Quello che capita a tutti: per anni accarezziamo una sensazione, così soffusa che ci accompagna sempre discreta. La sentiamo ma non riusciamo a metterla a fuoco perché ci mancano le parole esatte per imbrigliarla.
Ecco, con quel poeta greco Ninuzzo aveva trovato la rete per catturare quel concetto. Nel suo paesino tutta una vita aspetti che qualcuno arrivi, lo fai per non dedicarti davvero a nessuna occupazione. Tampasii, così, metti turaccioli di finte occupazioni, inizi milioni di progettucoli senza concluderne manco mezzo.
Come quel paese che aspettava i Barbari perché almeno erano una soluzione, gli permettevano di continuare a vivacchiare.

Con Carmelina era la prima volta che si sentiva di potersi impegnare sul serio. Perché puoi stare tutta la vita in mezzo alla gente e sentirti più solo del lampionaio che commosse il Piccolo Principe nei suoi viaggi interplanetari.
L’amicizia, quella vera, svapora presto. Lampeggia in alcuni momenti e poi si ritira, scoppia al sole come le cicale. Ma l’amore no. Se trovi la tua metà non ti sentirai mai solo.
Le stesse parole gliele ripeté qualche tempo dopo la madre di Carmelina.
Uguali, e capì che si somigliano davvero solo gli amori che si meritano la maiuscola.
Quelli destinati a chi ci crede che la speranza colora una vita.
Che piuttosto che aspettare impotenti i Barbari si possono costruire mura più solide, spade più taglienti.

Mariuzzu finì a fare il politico e Marilù traghettò con lui nel mondo degli adulti, quello fatto di piccole verità annacquate di più o meno grosse bugie. Però l’unica cosa importante era che Mariuzzu amava sul serio Marilù. E cosa c’è di più bello?
Lisetta fuggì con il figlio di Mommo il Cornuto che faceva il camionista. Con lui fu felice, si mise a contrabbandare sigarette e cogli introiti si rifece le palpebre e una mezza rimonta.

E Ninuzzu mantenne l’unica promessa per cui si sentiva pronto: amò Carmelina di un amore bello e vario. Non ci fu monotonia, annaffiarono ogni giorno la meraviglia che li aveva avvicinati tra le spatole e i tonnareddi. Vissero bene, fecero una nidiata di picciriddi e uno ci venne coi capelli rossi e ricci, lo chiamarono Giannuzzu e passò alla storia come il più grosso cacciapalle della Sicilia Orientale.

2 pensieri riguardo “IL POSTO DELLE CUCUZZE di Tonino Pintacuda”

  1. E poi, chissà perchè, amo il personaggio di lisetta 🙂 al camionista avrei preferito un pirata contrabbandiere…:) Bello questo racconto!

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