La Liberazione, uno sguardo dal Sud

Avevamo vent’anni oltre il ponte
oltre il ponte che è in mano nemica
vedevamo l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte
tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent’anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l’amore. *

Settanta anni fa il CNL Alta Italia proclamava l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati e iniziava ufficialmente la Liberazione dal nazifascismo. Ufficialmente. In realtà, oltre al fatto che i partigiani operavano già da tempo alla macchia, gli alleati avevano messo piede a Licata ben due anni prima, senza l’aiuto di alcuna frangia ribelle siciliana. Da ciò risulta evidente (e giusta) l’identificazione d’ufficio fra Liberazione e movimento partigiano. Lasciando in secondo piano l’intervento anglo-americano, oggi rivive il sacrificio di quegli italiani che, pur rifacendosi a tradizioni politiche diverse, morirono in una spietata guerra civile per autodeterminarsi come nazione libera e giusta, cementificati da un moto solidale contro i tedeschi e la sanguinaria prepotenza fascista. Qualcuno dice che il loro fu un contributo marginale, ma tutti gli storici ammettono la loro fondamentale azione di indebolimento delle retrovie dell’Asse, oltre le linee non ancora superate dalle milizie alleate, e di intelligence nei tanti borghi in cui agivano col favore segreto di compaesani e cittadini rimasti nelle case.

La Sicilia invece visse per due anni su un altro pianeta, rispetto ai fatti richiamati dal 25 aprile 1945, ed è facile pensare che il passaggio dal regime fascista a quello alleato fu percepito più o meno tiepidamente come un cambio di guardia, sulla falsariga del racconto che Tomasi Lampedusa fece del passaggio precedente, dal regno borbonico a quello “savoiardo”. Vero è che Carmela Zangara ricordò qualche anno fa gli oltre 2500 partigiani siciliani riconosciuti dall’Istoreto, ma questi prestarono quasi tutti servizio nelle brigate della resistenza piemontese o diedero prova di coraggio nelle altre regioni del centronord. Non conoscendo dunque storie di guerriglia civile ambientate nei monti Sicani simili a quelle consumate nell’alto appennino, è facile associare l’aria che si respirava da noi nel luglio del 1943 a quella che regnava nel giardino del principe di Salina, distaccato e lontano dai tumulti. E non perché in Sicilia ci fossero solo nobili aristocratici: basta guardare con gli occhi di Robert Capa la campagna di Troina, i primi di agosto del ‘43 nella foto qui sotto, per intuire le spalle larghe e ben salde del popolo che vide arrivare i giganti americani come vedeva il cambio delle stagioni sulla terra, occhi bassi sui campi o stretti sull’orizzonte del burrone all’inciampo del gregge. Continue reading

Libri come olio di ricino

Libri come olio di ricino. Oggi, giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, apri il sito della Treccani e lo trovi chiuso, con la scritta “Leggi un libro” e “Siamo spiacenti, oggi il portale Treccani è spento” e questo perché l’istituto “promuove” la giornata mondiale di turno. Leggi un libro? Certo. Allora chiudo il sito del vocabolario! Che bella idea. Si sa, chi apre il sito della Treccani è uno che non legge mai libri: la cosa più sensata da fare è invitarlo a leggere anche altro, invece di ostinarsi a trangugiare solo dizionari.

Oggi, giornata mondiale del libro e del diritto d’autore (chissà di chi è il copyright sull’idea Unesco delle giornate mondiali) arriva al culmine l’iniziativa #ioleggoperché, pubblico grido con hashtag annesso in favore della lettura: sono previsti incontri nelle piazze di Milano, Roma, Cosenza, Sassari e Vicenza e una chiamata alle armi per i “messaggeri” della lettura (per saperne di più potete andare nel sito ufficiale). Il tutto all’insegna dello slogan “Il libro come esperienza da condividere. Un link per connettersi al mondo. Una rete cui appartenere. Una passione da diffondere”. Che tenerezza.

E dai, leggi un libro, su, un piccolo sforzo, non ti costa niente, te lo regaliamo noi, basta che dopo lo leggi, eh? A Palermo, oggi Modusvivendi regala il terzo libro, se ne compri due. Iniziativa lodevole come molte altre che la libreria indipendente adotta per resistere contro le concorrenti di catena e i monopolisti Mondadori e Feltrinelli; toccasana per i lettori accaniti che negli ultimi anni contengono gli acquisti per motivi di portafoglio. Peccato che in Italia, prima di arrivare al terzo libro, se ne dovrebbero leggere almeno due e invece, nel 2014, il 59% delle persone tra i 7 e i 70 anni non ne ha letto nemmeno uno. Dubito, perciò, che iniziative del genere possano avvicinare nuovi lettori alle librerie. Ma il libro cerca disperatamente di essere alla moda. Continue reading

La stanza dello scemo

C’era una porta a casa sua e sulla porta una targhetta di ottone con su scritto il nome del posto dietro la porta: stanza dello scemo. E scemo io, forse, che quest’anno non andrò, niente treno per Bo, a motivo di un lavoro che sto facendo. Ma con la mente, sempre in questo periodo, torno alla casa del professor, commendator Domenico Sputo, il nome scemo di un gigante che mamma Iole chiamò Luciodalla. Tutto attaccato, bimbo prodigio, duro ciottolo al rimbalzo dei mille dirupi che trovi in un mezzo a una vita.
Basso tanto, nero e peloso, che le bocche degli amici veri, da fischiettarci insieme al fresco dei portici, trasformavano semplicemente in Ragno. Lo chiamavano così. E nella sua tela molti sono rimasti impigliati a mezz’aria, mangiati dalle note di un urlatore siderale, formica zingara che fra gli altri ho incontrato pure io.

E ripenso a tanti speciali visti in tv, a uno girato da un acerbo ma intimo freak Samuele dove il minimo, per uno che distillava lo Stronzetto dell’Etna e aveva una barca di nome Catarro, era prendersi un cappuccino alle ore più strane. Le tre, le quattro di mattina (“il mondo torna il cesso che era prima”): salutare la tipa dietro al banco e sorridere ai camionisti di ogni specie stravaccati nell’anonimato. Tutto all’unico scopo di tornare a casa, se riuscivi a tenerla – magari fare prima un giro dei viali, come un tempo a incontrare Luca e gli altri – per poi unicamente chiudersi nel cesso e rallegrarsi, stimolati anche dall’odore di petrolio che manda il giornale croccante preso nell’edicola assonnata. Chissà, può darsi che oltre alla cacca – che tutti fanno e facevano, da Bach a Charlie Parker – ci scappi anche una melodia che funziona. Così era nata Disperato erotico stomp; e quello stomp a che si riferiva? Ecco.

L’aveva raccontato mille volte quel “parto” musicale, eppure, al contrario di tanti colleghi ostentatori di noia e sufficienza per le solite domande dei giornalisti, lui non si stufava mai. Loro volevano questo? Lui questo gli dava. Come quando, durante Banana, un giorno il principe gli chiese, ma come fai a dire sempre sì agli autografi e alle foto? Be’ non sono mica un indigeno africano: una foto non mi strappa via l’anima, non mi toglie niente. Di certo, in quella risposta c’era tutta la voglia di piacere cristallizzata negli anni plurimi in cui aveva iniziato: non se lo filava nessuno! Arrivò al punto da provare quasi piacere nel non piacere, e non per una forma di masochismo, ma perché l’antipatia che gli manifestava il pubblico stimolava in lui un’urgenza di ripicca musicale che trasformava il lancio dei pomodori in altrettanti sberleffi sonori che gli uscivano dallo skat, fra un inciso e un ritornello, quando cantava la sua lingua meravigliosa. Continue reading

Dittico, al genitore e all’amico

Il genitore che soffre a leggere
poesie del figlio
dove manca un altrimenti detto
che gli sia già noto.
Il genitore che di quei versi
non misura candore e spavento
ma una distanza siderale
mai saputa prima.
Il genitore che non ha mai sentito
uscire quelle parole
di bocca al bambino, ormai
estraneo al suo cono d’ombra.
Il genitore che di questo non parla
perché, soffrendo, tocca
diminuire se si vuole
che l’altro cresca.
Il genitore che soffre quel suo lembo
staccato, dentro il figlio
da ricucire col filo invisibile
della speranza amorosa.

***

Impossibile riempirli
i tanti vuoti di esperienza
non condivisa,
ci saranno altre emozioni.
Ci saranno altre emozioni
se è inutile il resoconto dettagliato
o gli occhi ancora negli occhi
a cercare l’antico sapore.
Quella parte resterà dimenticata e muta
anche se ora pare che basti
il fianco delle parole,
ci saranno altre emozioni.
Ci saranno altre emozioni
anche se quello che ti sei perso è perso
ed è poco ripetere
ti voglio bene.
Allora le righe bianche, lo spazio vero
lasciato ad altre partenze
che presto ci faranno
insieme di nuovo.

Duepunti, accapo

Ragni, fagiani, cammelli polari, pesci, gatti, cani, topi, elefanti: compagnia, alt! Sciogliete le file, liberi tutti. Liberi come fino a oggi sono sempre stati, i libri della :duepunti edizioni. Qual è allora la novità? Il silenzio, come “atto di responsabilità”. Eppure, quest’imminente silenzio non mi impedisce di immaginare alta la voce e di vederli, gli andirivieni nervosi degli animali che formano lo zoo della casa palermitana. Qualcosa tra la mandria impazzita di Jumanji e le bestie riunite nel racconto di Apocalypto. Non ho sentito nessuno dei tre editori, che possa precisare, illustrare o aggiungere qualcosa alla decisione di interrompere le pubblicazioni dopo dieci anni di attività consapevole, successi editoriali, studio dei nuovi processi, stima internazionale. Una cosa è certa: quel silenzio non spegnerà la luce accesa dai loro libri, che inizierà a brillare da questa ultima (?) partecipazione alla fiera di Roma, dal 4 all’8 dicembre.

Questo è il punto. Apro il bel libro di Francesca Serafini e leggo alcune tra le funzioni svolte dai due punti nell’universo sintattico: illustrare, chiarire, argomentare quanto affermato in precedenza; arricchire di particolari; introdurre il discorso diretto; assolvere a un ruolo metatestuale, come un annuncio riguardante il discorso in atto. In questo elenco trovo quello che ho sempre riscontrato nei dieci anni di letture illuminanti offerte dalla :duepunti. Testi di qualità per illustrare brucianti cronografie socio-politiche, dalla rivolta dei migranti all’invenzione della cultura eterosessuale; per argomentare una riflessione sulla letteratura tracciando una geografia di posizioni nuove; per dare voce all’animalesca fantasia di ottimi scrittori e al profondissimo pensiero musicale di artisti poco noti; per descrivere in modo diverso la storia del XX secolo o promuovere riflessioni sulle mutazioni in corso nel loro mestiere. Un’attenzione nella cura dei libri e un fiuto per i gioielli periferici dimostrato nel 2008 dal Nobel a Le Clezio, già presente nel loro catalogo col suo singolare Verbale.

Con tutti gli animali presenti nel loro zoo, tuttavia, non mi sembra di poter associare a questo recente annuncio di fine pubblicazioni quello più noto fra i luoghi comuni o i format giornalistici: il coccodrillo, né per l’ipocrita pentimento delle sue lacrime, né per gli stucchevoli e preconfezionati elogi funebri che potrebbero derivarne. Anche in questa loro scelta, infatti, mi sembra di poter leggere la medesima consapevolezza e onestà intellettuale che da sempre è stata la cifra della :duepunti. Una scelta certo difficile, ma al contempo liberatoria (sono solo mie impressioni, per carità) e non gravata dal senso dell’inutile che spesso deforma lo sguardo agli anni trascorsi su un’avventura appena conclusa.

Come un’altra recente a cui viene di associarla, per le umane ragioni che hanno fermato i viaggi della libreria Pianissimo che, contro l’oltranzismo cieco spesso associato alla nobiltà d’animo (presunta) di chi opera nel mondo della cultura, osserva: «Come se non fosse poetico metter qualcosa sotto i denti [...] È una scelta dolorosa ma ponderata. Il fatto è che non voglio più concedermi il lusso della retorica della “cultura”, non voglio più essere associato a iniziative meritorie, salvifiche, generose e gratuite. Questa rinuncia è il frutto di una precisa volontà politica e intellettuale: quella di non voler essere più un precario, un volontario, uno sfruttato».

Così i :duepunti fermeranno sì le rotative, ma è difficile credere che fermeranno anche le scintillanti rotelle di un impegno che già da anni accompagna quello prettamente editoriale, in tante iniziative a Palermo come altrove, legate al concetto di innovazione culturale, economia d’impresa responsabile, co-working, linguaggi dell’arte e nuove tecnologie. O almeno, questo è quello che auguro ad Andrea, Giuseppe e Roberto; glielo auguro per me, e per chi crede che si possa ancora fare comunità al tavolo della cultura, sui concetti di pluralismo e diversità, dialogo e ricerca, onestà e immaginazione. Immaginazione che autorizza a credere di poter rivoluzionare anche l’uso dei due punti, e mettere loro al posto del punto fermo, prima di iniziare il nuovo capoverso della luce; luce delle idee, delle provocazioni e delle intuizioni: