“Bisognerebbe leggere, credo, soltanto libri che mordono e pungono”
Franz Kafka
Oggi è il compleanno del grande Roberto Roversi. Riporto qui una nota di pochi giorni fa scritta dall’editore Luca Sossella, e l’intervista al poeta bolognese fatta da Michele Smargiassi per la Repubblica lo scorso giugno.
Ho incontrato (la prima volta) Roberto Roversi nel settembre del 1977 a Bologna in via Castiglione, nella sua libreria Palmaverde. Bologna bruciava. In centro. Se uno si prendeva la briga di andare a Osteria Grande, faccio per dire, poteva notare che nessuno si era accorto di nulla. Io avevo vent’anni, Roversi cinquantaquattro. La mia età di oggi. Siamo nati lo stesso giorno, il 28 gennaio. Sabato compirà ottantanove anni. Nel 2008 abbiamo pubblicato una edizione in mille copie di Tre poesie e alcune prose, le “tre poesie” del titolo (da lui voluto con forza, ma c’è qualcosa che Roversi non voglia con forza?) sono i suoi tre libri più importanti di poesia Dopo Campoformio (nella versione 1965), Le descrizioni in atto (1969-85) e i versi riuniti nel Libro Paradiso (1993). Vi sono inoltre due estratti dai romanzi Registrazione di eventi (1964) e I diecimila cavalli (1976), e una mia scelta di suoi scritti (tra 1959 e 2004) dal titolo Materiale ferroso. Sono felice di apprendere oggi, a inventario chiuso, che rimangono solo 226 copie del libro. Il punto di pareggio era a settecento copie, quindi l’edizione ha realizzato un ricavo superiore alle spese. Lo vedete che la buona poesia paga! E’ la cattiva che si fa pagare…
L’anno scorso gli avevo proposto di fare una lettura di suoi testi, non da parte sua, ovvio, ma da parte di coloro che hanno dei debiti nei suoi confronti. Mauro Felicori, all’epoca direttore dell’assessorato cultura, aveva reso possibile la lettura ad alta voce in un luogo che io avevo sognato, la Sala Borsa, spazio molto bello in piazza Maggiore. Non se ne fece nulla, malauguratamente ebbi l’idea di mettere a parte Roberto dell’iniziativa. Le sue armi dissuasive sono più precise del raggio laser. La faremo più avanti. Per il suo centesimo compleanno, nel 2023.
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“Troppo bianchi questi muri”. Per 65 anni nessuna parete attorno a Roberto Roversi mostrava l’intonaco: solo dorsi di libri. Ma adesso, dall’appartamentino che condivide con la moglie Elena, collaboratrice d’una vita, al quarto piano di un palazzone assediato dai kebab, i libri sono quasi spariti. Annuisce, malinconico e sorridente, appoggiato al bastone, la candida barba risorgimentale arcuata alle punte come un monumento: “Quattro anni, la nostalgia si sente”. Il poeta libraio oggi ottantasettenne, il severo patriarca bolognese, amico e ospite di una generazione di grandi intellettuali italiani, l’eclettico autore di poemi, di prosa civile, teatro, di dischi pop con Lucio Dalla, ha ceduto nel 2007 la sua tana, la libreria antiquaria Palmaverde, ma da pochi giorni si è privato anche di gran parte della sua biblioteca personale: donata alla libreria Coop Ambasciatori, che l’ha messa all’asta volume per volume, versando il ricavato ai senzatetto. Solo qualche superstite nello studio, “ma li ricordo tutti, i libri della mia vita”.
Quali ha tenuto con sé?
Ma è ovvio, quelli che devo ancora leggere. E anche quelli che voglio rileggere come se fossero nuovi.
È giusto rileggere?
A volte indispensabile. Manzoni letto a vent’anni è intollerabile, a cinquanta comincia già a migliorare, a ottanta è eccellente, lo leggi come guarderesti un paesaggio dall’alto.
E poi?
Qualche classico del Novecento e quelli dei miei vecchi amici: Vittorini, Bassani, Calvino, Volponi… Mi sono necessari per leggere tutto il resto, sono come un machete nella foresta tropicale.
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poi si aprirono i cancelli. cioè, per chi ne parla oggi, arrivò quel “poi” in cui si aprirono i cancelli di auschwitz. i nazisti avevano già sterminato metodicamente milioni di persone. dovevano aprirsi prima, quei cancelli. certo che sì. eppure, mi sembra impossibile in questo caso dibattere sulla questione del prima e del dopo, sulla questione del tempo: non si può neanche dire “fu troppo tardi”, quando aprirono i cancelli.
quei cancelli non dovevano mai essere costruiti. ma c’erano e – chiusi – il tempo e l’uomo si annullarono. perciò non si può dire che “poi” i cancelli si aprirono. la loro chiusura ha cancellato ogni possibilità di misurazione delle cose, quindi anche di misura temporale, quindi anche di un “poi”. qualsiasi idea di misurazione, infatti, implica direttamente il senso di un livello intermedio, graduale, accettabile, un “quando” plausibile nel compiersi di un evento, uno spazio in cui all’umano resta la dignità della riflessione, l’autodeterminazione del pensiero. ma non ci fu niente di questo: né misura delle cose, né più nomi di persone.
in tutto questo, è vero, c’era una persona dal nome ostinato: Primo. anche lui numero senza misura, ma numero come era già stato il suo nome in un legame di battesimo indissolubile con l’idea di tempo, di successione. il suo nome diceva il tempo e l’uomo insieme. per questo, forse, riconsiderò l’orrore nella temibile ipotesi di un “dopo”, dicendo: “è avvenuto, quindi può accadere di nuovo”. ai suoi occhi, il già vissuto non conobbe tregua. da quel campo cercarono continuamente di uscire, il tempo e l’uomo.
dubito che ce l’abbiano fatta. non penso sia uscito veramente qualcuno da lì. soltanto voci. Levi, nel 1987, si stancò di essere soltanto voce e si raggiunse buttandosi nella tromba delle scale. neanche lui era riuscito ad andarsene dai cancelli aperti di auschwitz. parlando di quel posto, in effetti, cancelli aperti dovrebbe diventare ufficialmente un ossimoro. di traverso alle sbarre sono uscite solo voci, in un coro irripetibile. nessun ricordo, ma pura memoria.
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Coro dei superstiti
Noi superstiti
dalle nostre ossa la morte ha già intagliato i suoi flauti,
sui nostri tendini ha già passato il suo archetto -
I nostri corpi ancora si lamentano
col loro canto mozzato.
Noi superstiti
davanti a noi, nell’aria azzurra,
pendono ancora i lacci attorti per i nostri colli -
le clessidre si riempiono ancora con il nostro sangue.
Noi superstiti,
ancora divorati dai vermi dell’angoscia -
la nostra stella è sepolta nella polvere.
Noi superstiti
vi preghiamo:
mostrateci lentamente il vostro sole.
Guidateci piano di stella in stella.
Fateci di nuovo imparare la vita.
Altrimenti il canto di un uccello,
il secchio che si colma alla fontana
potrebbero far prorompere il dolore
a stento sigillato
e farci schiumare via -
Vi preghiamo:
non mostrateci ancora un cane che morde
potrebbe darsi, potrebbe darsi
che ci disfiamo in polvere
davanti ai vostri occhi.
Ma cosa tiene unita la nostra trama?
Noi, ormai senza respiro,
la nostra anima è volata a lui dalla mezzanotte
molto prima che il nostro corpo si salvasse
nell’arca dell’istante -
Noi superstiti,
stringiamo la vostra mano,
riconosciamo i vostri occhi -
ma solo l’addio ci tiene ancora uniti,
l’addio nella polvere
ci tiene uniti a voi -
Nelly Sachs, Opere (Utet, 1996)
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Hai fatto questo semplice gesto con la mano:
l’hai sollevata fino al volto,
l’hai tesa verso il mio finestrino,
mentre guidavo: ho guardato,
e contro la luce caliginosa
della mattina li ho contati,
otto, otto gelsi a chioma aperta
come la coda di un pavone imbalsamato,
in processione lungo la linea
del nostro sguardo, così perfetti
che per un attimo ho scordato
orari coincidenze
e ho rallentato per capire
come mai di otto alberi in fila si possa dire
“guarda che belli!”, come hai detto,
se loro non decidono di esserlo e tutto
è un avvicendamento senza senso,
o se basta un movimento della mano
e un sorriso per fare di otto alberi
in riga un’illusione di riscatto.
Massimo Gezzi (L’attimo dopo, Luca Sossella editore, Roma 2009)
Dall’ultimo verso a ritroso, leggo l’esperienza umana del tempo, la relazione estetica fra uomo e natura, la profondità di un momento condiviso, l’indicibile magia che lega un gesto a un’intuizione. E forse è già dire troppo. Talmente notevole è il sottotesto di questo componimento, quanto è bene che resti distillato nell’unità viva e semplice del suo registro. Una piccolezza che apre la strada all’immensità del dubbio poetico e ricorda la forma degli Ossi di Montale. La poesia di Gezzi (classe ’76) è paragonabile al gioioso ritrovamento di un’impronta fresca, autentico reperto di rara intensità. Qui, qui, qui e qui alcuni spunti per seguire uno che con la poesia vuol fare mattoni. (Marco Bisanti)
< Lavandare (Giovanni Pascoli)
Read Moredi Andrea Tuttoilmondo
Queste ore di vigilia, con la gente che si scambia auguri e saluti, mi hanno sempre ricordato le attese trascorse sui treni in stazione, prima della partenza. Ciascuno con la sua valigia di buoni auspici, di leciti timori, di speranze e di illusioni, prende posto nel suo compartimento aspettando con impazienza che il fischio del capostazione dia il via a questo viaggio.
Penso che un buon anno possa essere buono anche quando è cattivo; per questo, più che di un “buon anno”, il mio augurio è quello di non smarrire neanche per un istante il paesaggio che scorrerà al di là del vostro finestrino. Seguite con attenzione i profili delle montagne, che così come i moti dell’anima, saliranno e scenderanno all’orizzonte, tra le foschie gelide di un inverno che sarà lungo.
Incantatevi quando il vostro treno attraverserà quei campi sconfinati di luce e di colori, pronti a esplodervi nel petto come un sorriso di gioia, o una lacrima di dispiacere.
Abbiate il coraggio di scendere ad ogni passaggio in cui il vostro treno si fermerà. Di respirare l’odore di quella stazione, e di sentire sotto ai piedi la dura consistenza di quella realtà: l’esperienza che ne trarrete resterà con voi per sempre.
Ci sarà il mare d’estate oltre quei binari: ammiratelo. Ci sarà il riflesso dorato di un tramonto a scaldarvi l’anima: respiratelo.
Rallegratevi se il treno correrà veloce, e prendetevela se procederà più lentamente. Ma non cessate neanche per un attimo di amarlo, perché comunque vi sta portando lontano.
Appoggiando la testa contro al vetro, stupitevi dei tappeti legnosi delle foglie d’ottobre: e abbiate pazienza con chi non è in grado di apprezzare i colori d’autunno.
Ridete con tutta la felicità, e piangete con il minor dolore che il vostro cuore vi riserberà. E quando l’inverno prossimo segnerà il rientro in stazione, avvicinate le labbra al vetro, e dopo averci soffiato piano, disegnateci sopra un cuore.
Read Moredi Giulia Lo Porto
Amo scrivere perché scrivendo vivo il tempo.
Perché le parole sono il corpo visibile della relazione con il tempo che, altrimenti, sarebbe soltanto vagamente intuita. Non è legame alla pari, il tempo resta vincente. Il più delle volte. Ma le parole sanno dare alla sua vittoria una forma che è nostra. La forma che noi decidiamo di dare. Le parole scritte danno contenuto e forma al tempo. Creano storie, raccontano vicende, esprimono e imprimono i sentimenti. Rimangono. E fanno nuovo il tempo di chi le incontra, dopo. Dopo chi le ha vissute per scriverle o, così accade spesso, le ha scritte per vivere.
Amo scrivere perché amo le parole. Ne amo la potenza e la fragilità, la chiarezza e l’ambiguità. Le amo scritte. Perché possono essere lette e rilette, ancora. Abitare la memoria e sempre essere capite e comprese diversamente. Le parole scritte sono fedeli.
Amo scrivere perché amo inseguire il senso, combinare parole perché possa mutare del reale il suo significato.
Amo scrivere perché è l’unico modo che ho per dire il vero. Come strumento privo d’inganno, il modo di passare il vero che si possiede a qualcun altro.
Amo scrivere perché è raccogliere frammenti. I frammenti che, lungo la strada, cadono dalla vita degli altri e dalla propria. Scrivere è un modo per rimettere insieme i pezzi, perché nulla vada perduto.
Amo scrivere perché amo le parole antiche che hanno attraversato vincenti la sfida del tempo. Le parole che hanno vinto i secoli e che arrivano viventi fino a noi. Vive, seppur orfane di chi le ha scritte.
Amo scrivere, perché amo leggere. Perché fra le righe abita il desiderio di capire gli uomini e il mondo, e tra il nero e il bianco delle pagine il desiderio del vero.
Amo scrivere per il profumo dei libri all’olfatto e la consistenza delle pagine in punta di dita. Amo scrivere per il segreto che abita il dirsi. Per il mistero spiegato ma non svelato che rimane nel darsi, dire, raccontare ed essere compresi.
Amo scrivere perché non so dire davvero altrimenti, perché è la mia libertà e insieme la mia ristretta porzione di senso.
Amo scrivere perché non si impara mai a farlo, non si è mai maestri né mai si giunge a perfezione. Scrivere è opera imperfetta. Scrivere prepara maggiore capienza al futuro, all’attesa, al desiderio. È divenire capienza esagerata di un senso che non può mai riempirsi del tutto.
A volte basta poco, anche solo uno dei tanti esercizi per testare l’idoneità a un importante corso di scrittura. E un niente si trasforma in dichiarazione poetica. Così è stato per Giulia, la cui idea della parola scritta trova manifeste concordanze con le nostre cronache contro lo svanire. L’elenco è un genere letterario riconosciuto. Da piccoli, caratterizzava il Natale nella stesura dei desideri. Più che di aspirazione, però, questa lista ha il sapore di un ringraziamento. Per qualcosa che già si ha o si sente, dentro. Ringraziamento che è una delle più alte forme di amore e fonda il suo incessante rinnovo sui pungoli dell’imperfezione e dell’incompletezza, tratti irriducibili dell’umano. Grazie Giulia di questo regalo, a nome nostro e dei lettori!
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