Mi dicono che è bel tempo lì da voi

Mi dicono che è bel tempo lì da voi
che ancora andate a mare
come qui non si fa più,
escluso per il fiume
che non lo ferma niente
nella corsa al sale tutto l’anno.
E l’estate che avete ancora dentro
si dà all’acqua bruna
per gli scossoni di ottobre
sulle alghe del fondale
che turbina di smania e natura.

Ad agosto non c’era questo vento
che alza tanto la sua voce.
C’era solo pelle dentro i costumi
sabbia nel mosaico di teli
noia di cosa facciamo stasera
e hai visto che sbaglio
le ferie in questo periodo.

Adesso, anche tardi la mattina
la spiaggia è un deserto grigio
silenzio di barche al sole
rete di pallavolo ferma
e baracche di legno inclinate.
Si fa un bagno veloce
ma come veloce attraversi
dove ormai non è il tuo posto.

Il posto è delle barche a pancia sotto
abbandonate, ferme e violate
dalla luce africana:
sanno dei pesci sott’acqua
e aspettano che passi il vento
le barche. Loro lo sanno,
voi invece stasera tornate a casa.
Allora sarò pronto, se vorrete
a dirvi di quel fiume.

Palermo Criminale, la città in cui eravamo infinito

Per quelle strane cabale del destino arriva oggi in libreria Palermo Criminale, l’antologia curata dal fisico e giallista Antonio Pagliaro per i tipi di Laurana Editore. Arriva proprio oggi, il 10 ottobre, lo stesso giorno in cui viene presentato ufficialmente proprio a Palermo il primissimo numero di Orizzonte Sud, un progetto nato dal Corriere del Mezzogiorno e declinato in un giornale, un progetto social, una serie di eventi per “il meridione che ce la fa”.

Dietro c’è un altro Antonio P., il Polito che non manca di bacchettare il governo di turno dalle colonne del Corriere della Sera.
Due facce della stessa moneta, due dei mille volti di Palermo. Sulle colonne del nuovo giornale il sindaco Orlando scrive che Palermo “non è un quadro, ma un mosaico”. Pagliaro più prosaicamente riporta le lancette indietro di 10 anni esatti quando i rosanero fecero l’impresa di riportare il Palermo in serie A. E mentre la città impazziva di gioia bicolore, tante piccole storie venate di nero arabescavano i suoi vicoli.

Di solito le antologie son costruite su un grande nome e qualche mezza cartuccia. Pagliaro ha tessuto bene la sua ragnatela e ha composto un calendario nerissimo che si legge come un romanzo. Un calendario amaro e tragico scandisce la vita tra le strade di Palermo. A gennaio Nicolò La Rocca ci racconta “Qualcosa di speciale”, un’istantanea amara impastata con fuliggine e calcinacci, nel logoro ménage à trois tra Enza, Vito e la noia. 17 pagine che scendono leggere leggere lasciandoti un’amarezza intartarata prima di passare il testimone ad Alessandro Locatelli e alla storia del suo sfortunato sacrestano. E ci sono altri dieci fogli di nero calendario da sfogliare. Tra morti ammazzati, donne che “sucano” l’anima e la forza vitale, c’è spazio anche per il bellissimo siparietto del “baglio” dipinto con una serie di bellissime soluzioni lessicali da Giorgio D’Amato.  Un romanzo polifonico, da leggere.

Antonio Pagliaro (a cura di), Palermo Criminale, Laurana Editore, Milano 2014

Il volume sarà presentato dagli autori il 16 ottobre alle ore 18.30 presso la libreria Feltrinelli di via Cavour 133 a Palermo

Scrivere con lo scolapasta

La notte che arrivò il venditore di scolapasta, stavo costruendo il mio palazzo della memoria. Ci lavoravo già da due mesi in quel cantiere di pensieri, impastavo ogni notte tre caldarelle di sabbia e cemento e poi a colpi di cazzuola tiravo su le pareti, le tiravo su cantando perché cantando tutto è più facile: impilare mattoni, comporre poesie, pedalare, uccidere ricordi e fingere di aver imboccato il percorso giusto.

Cantavo e con la cazzuola spalmavo su ogni fila due centimetri di impasto e poi riprendevo a cantare, lo facevo prima di mandare a letto i sensi di colpa, lo facevo con la testa nel cuscino e piano piano sognavo il contenuto di un altro piano.

Quella notte stavo per iniziare il tetto di marzapane della stanza dei Sogni Sciupati e dalla finestra entrò la voce del venditore, era lì, sotto un lampione, con l’ombra smozzicata e un dubbio sotto il cappello di panno.

Lasciai tutto il materiale alla rinfusa e mi precipitai sulle scale. Con le mani sporche di cemento e rimpianti mi avvicinai al suo cappello di panno e gli chiesi cosa aveva da vendere sotto la luna che lucidava i marciapiedi.
Mi rispose che lo sapevo, che era già stato scritto.

Parlammo a lungo, mi disse che viveva nella collina dei broccoli, era nato lì e lì sarebbe stato seppellito insieme al suo cappello di panno. Non si allontanava mai dalla collina, l’aveva fatto perché erano anni che nessuno dedicava tanta passione alla costruzione di un palazzo della memoria. Mi disse che stavo lavorando bene e che cantavo malissimo, me lo disse porgendomi uno degli scolapasta che si portava dietro tenendoli attaccati a una cordicella per i buchi. Dovevo semplicemente scolare le mie paure, i pensieri, i rancori e tutto il resto. Se avessi scelto bene, il ricordo avrebbe luccicato prima di andare ad occupare la stanza che gli spettava. Continue reading

Più di mille parole

Vale più di mille parole: non un silenzio, né un gesto, in questo caso, ma un’immagine. Esperimento: se valga più un articolo di critica argomentata sui rischi delle nuove dipendenze da abuso telematico oppure – visto il predicato di questa società – non basti un’immagine a illustrare tutto il discorso. Il formato del manifesto è volutamente enorme (cliccare per credere).

Lo strazio dei luoghi o i luoghi straziati, appunti su “In Sicilia” di Matteo Collura

Alcuni brani tratti da In Sicilia, (Longanesi, 2004) (1), di Matteo Collura. Un gran bel libro, un viaggio in un’Isola che è carica di Storia e di storie fino a scoppiare, oltre l’inverosimile, alla ricerca della vera essenza dei siciliani, che forse sono – come ben racconta l’autore – nient’altro che tragicomici “inquilini della storia” che però hanno dentro di sé insieme l’orgoglio e il disagio di essere così troppo carichi di storia, e di storie, troppo, davvero troppo, oltre l’inverosimile, fino a scoppiare. Inquilini della storia che cercano sempre, disperatamente e invano, di essere sfrattati. 

Il paesaggio ragusano, ancorché spettacolare, non esprime forme drammatiche. E il perché è dato dalla sua quieta vastità, dal suo mostrarsi subito aperto da qualunque parte vi si giunga (…). Un’altra realtà paesaggistica, questa, rispetto a quella occidentale, a quella parte della Sicilia che sembra essere stata squassata – il mondo appena concepito – da uno spaventoso sisma, e poi così abbandonata, le calcinate plaghe esposte al sole e alla pioggia per millenni (…).
Eppure certi angoli di questo litorale, quelli che meno esprimono la pur rara potenza del Mediterraneo e in cui si esalta, viceversa, la pacifica natura, oggi vengono scelti per fare da sfondo a banali serial televisivi, in cui fasulli quanto improbabili commissari di polizia trovano momentaneo rifugio tra un caso e un altro. Ed è da tenere nel conto, da indagare questa predilezione per una delle zone paesaggisticamente più miti della Sicilia, nell’ambientarvi storie in cui la violenza, fasulla anch’essa, fa da filo conduttore. (pag. 214).
Poi, parlando del paesaggio della Sicilia occidentale, quella “che sembra essere stata squassata da uno spaventoso sisma”. Un mondo “appena concepito”: (Ecco ndr) i toni di incubo che, nel descrivere gli interni dell’isola, l’autore del Gattopardo ha saputo trovare: “Riapparve l’aspetto della vera Sicilia, quello nei cui riguardi città barocche e aranceti non sono che fronzoli trascurabili: l’aspetto di una aridità ondulante all’infinito in groppe sopra groppe, sconfortate e irrazionali, delle quali la mente non poteva afferrare le linee principali, concepite in un momento delirante della creazione: un mare che si fosse pietrificato nell’attimo in cui un cambiamento di vento avesse reso dementi le onde...” (…) Non c’è dubbio che il vero protagonista del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa sia il paesaggio, la sua irredimibilità. È così, perché nell’elencare difetti e pregi dei siciliani, a un certo punto, il principe di Salina inequivocabilmente spiega: “Ho detto i siciliani, avrei dovuto aggiungere la Sicilia, l’ambiente, il clima, il paesaggio siciliano. Queste sono le forze che insieme e forse più che le dominazioni estranee e gli incongrui stupri hanno formato l’animo: questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l’arsura dannata; che non è mai meschino, terra terra, distensivo come dovrebbe essere un paese fatto per la dimora di esseri razionali…”. Il livello di civiltà degli europei si misura con lo spessore del pastrano: più è spessa la stoffa del pastrano, più alto è il grado di civilizzazione, ne dedusse, ragionando su Mastro Don Gesualdo, David Herbert Lawrence. Ma qui non è soltanto questione di civiltà, bensì anche e soprattutto di razionalità; quella razionalità che – appunto mostra Tomasi di Lampedusa – manca al paesaggio siciliano. (pag. 17)