Io sono Tony Scott

Glieri notte ovvisto il mare villoso documenta fiume di Maresco sul clarinettista Usa e jazz Tony Scott, oriundo from Salemi (Tp). Ne con siglio a tu la visionarietà. Tratta si dell’opera che Franco cedette prima dell’ultimo Belluscone. Mai mi è apparso di noscere così un cristiano che ante ignoravo, un musico straquotidiano. In sintetico, un uomo che visse troppo e morse di troppa vita. Lo pongo sotto a tutti i miei mici e ricopio l’evocazione con cui Franco Scaldati duce nella visione gli aspettatori.

Diciunu ca u munnu
lo creò un suono.
Diciunu ca un canto, po’,
creò ogn’immagine.
Diciunu ca è ‘a musica
n’antico ricordo.

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Il Generale Dalla Chiesa e la lotta globale alla mafia

Trentadue anni fa veniva ucciso il Generale Dalla Chiesa. Le sue intuizioni gli costarono la vita. Per non dimenticare consigliamo una serie di letture.

“La Mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fatto grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali. Vede, a me interessa conoscere questa accumulazione primitiva del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte che architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne o alberghi e ristoranti à la page. Ma mi interessa ancora di più la rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere… [...] Il segreto bancario. La questione vera non è lì. Se ne parla da due anni e ormai i mafiosi hanno preso le loro precauzioni. E poi che segreto di Pulcinella è? Le banche sanno benissimo da anni chi sono i loro clienti mafiosi. La lotta alla Mafia non si fa nelle banche o a Bagheria o volta per volta, ma in modo globale”. Dall’ultima intervista al Generale Dalla Chiesa di Giorgio Bocca, Repubblica 10/8/82.

Suo figlio Nando, intervistato sempre da Bocca un mese dopo disse ”Non abbandonerò alla dimenticanza gli ideali di giustizia di mio padre”. Il professore Dalla Chiesa quella promessa l’ha mantenuta.

Madrid e la riscoperta della lentezza

di Silvia B.

Alle otto e mezza del mattino a luglio c’è già un sole splendido, ma ancora non caldo. La luce bacia qualsiasi superficie e il concetto di ombra appartiene a un passato recente. Sento i gabbiani, nonostante io sia nel centro della città, e mi sento vicina al mare. Gli spazi ampi della Gran Via e il bianco della maggior parte degli edifici, altissimi, imponenti, rendono tutto ancora più luminoso e lo spazio tra una persona e l’altra diventa quello giusto, non troppo stretto, non accalcato e intollerante, non troppo largo, non freddo e solitario.
La gente cammina senza il timore di incontrarsi, e per questo non si scontra mai. Nessuno ha da difendere il proprio spazio, nessuno impone la propria traiettoria.

Il buongiorno non è uno solo, qui mi augurano “buoni giorni”, un plurale che ad ogni saluto ti fa sentire un po’ al 31 dicembre, come se nei sorrisi degli occhi fossero riflessi i bicchieri di un brindisi alla gioia. È un po’ questa l’aria che si respira intorno alle 10 di mattina, quella di una festa a sorpresa in cui siamo tutti festeggiati e nessuno sa di esserlo. L’allegria è la stessa di quando finisce la scuola e finalmente si possono mettere via i libri. Continue reading

Un’altra ruga di Palermo

Ricopio il bell’articolo di Daniele Billitteri uscito ieri sul Giornale di Sicilia. Da due anni il quartiere Vergine Maria di Palermo ha ripreso una storica festa di borgata, unendo all’intrattenimento anche la denuncia sul rischio che si perda tutto un mondo, una cultura e un’identità storica locale che per secoli ha ruotato intorno alla meravigliosa tonnara Bordonaro.

Ufficialmente è una festa. Di fatto è una protesta. Ma le due cose decidono di convivere e mettono su casa insieme diventando una festosa protesta. La borgata di Vergine Maria, per il secondo anno consecutivo (e dopo una pausa, chiamiamola così, di 30 anni), ha festeggiato i pescatori con una serie di manifestazioni iniziate giovedì scorso e finite ieri sera. Per rinfrescare la memoria, per parlare a tutta la città, per dire che il destino di una borgata non può essere quello di un satellite che gira attorno al Pianeta, che c’è una cultura che non va persa. Specie se con essa si perdono identità, connotati e cuore a vantaggio di un concetto di divertimento uguale dappertutto.

Gisella Taormina è la presidentessa dell’associazione “Nostra Donna del Rotolo”. “Noi – dice – con questa festa abbiamo raccontato la storia di Vergine Maria, una borgata bellissima, dal passato prestigioso”. E uno dei responsabili dell’associazione, Giuseppe Alessi, sottolinea: “Tanti anni fa Vergine Maria era un opificio a cielo aperto. Ma lei lo sa che qui si costruiva il cordame usato nella marineria di tutta Italia?”. E Agostino Prestigiacomo, 84 anni, racconta di essere stato anche lui un cordaro al punto di avere fatto di tutto con le corde: modellini di barche, perfino un presepe lodato dall’Arcivescovato. Ora lo invitano nelle scuole a insegnare ai ragazzini a fare i nodi marinari: il Savoia, il Parlato, le Gasse d’amante, la Bandiera.

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Palestina

Fra poco la morte cambierà nome: si chiamerà palestina; i morti, palestini. Allora succederà che un uomo, raggiunto l’ultimo buco di culo non ancora esplorato del pianeta, lo battezzerà morte e la tribù che ci viveva – insieme all’arrembante nuova “civiltà” – si chiameranno morti. E se ne parlerà in toni perfettamente normali, perché la paura e l’angoscia si saranno spostate su quell’altra parola.
Quando palestinerà il vecchio capo tribù, l’intera comunità costruirà un monumento in suo onore indicendo il lutto nazionale. Per spiegare la cosa ai loro figli, le madri diranno che il vecchio capo ha raggiunto i nonni, nella terra bagnata dal Giordano di cui parlano i testi sacri e che un giorno, prima o poi, raggiungeremo tutti. Qualche bambino, ancora troppo piccolo per capire il concetto di palestina, farà spallucce e tornerà a giocare spensierato in giardino, sotto il cielo sereno di morte.