Mutazioni senza storia.
Saggio sull’opera di Giulio Mozzi

di Marco Candida

Per quanto deludente, quando arriva un cambiamento del modo di percepire la vita, la maggior parte di noi non ha alcuna storia da raccontare. Il mutamento arriva e basta. Un giorno ci alziamo persone diverse e non sappiamo dire perché. Percepiamo le cose in maniera differente da prima, ma non sappiamo rintracciare il percorso che ci ha condotto a quella mutazione. Il fatto è che succede e basta. Giulio Mozzi, nei suoi racconti, sembra proprio voler porgere all’attenzione del lettore questo aspetto. Il desiderio di Mozzi sembra, in primo luogo, quello di fermare e raccontare l’istante di crescita senza storia.

La ragazza Ruota va in pizzeria con amici. Mentre aspetta con gli amici le pizze, è piena di pensieri. Immagini, riflessioni, ricordi. In particolare la giovane donna pensa a che cosa sia passare dall’adolescenza all’età adulta. Anzi, c’è una parola più adatta: in quel momento, in pizzeria, avviene in Ruota una presa di coscienza. Pagina 35 da Il male naturale, edizione Mondadori.

Djuna si è trovata questo Carlo e per due mesi ha fatto tutto da sola senza mai parlare […] Questo è un tradimento, pensa Ruota. Non staremo più una accanto all’altra, tremanti nella tana buia, aspettando le belve. Ci tratteremo con dignità. Provocheremo ciascuna il buon giudizio dell’altra. Se ci ricorderemo per caso di quando ci amavamo e ci odiavamo senza schermi penseremo: oh, che stupide: eravamo bambine, e proseguiremo immutate, ormai immutabili. Tutto questo per Ruota non sarebbe mai dovuto accadere e non lo aveva mai nemmeno immaginato: ora è accaduto e non si può cambiare. Djuna è diventata adulta irrimediabilmente e per la prima volta oggi Ruota pensa all’adultità come a una cosa che non si può evitare ma alla quale si devono trovare dei rimedi o dei sollievi; per non morire, semplicemente.

Marco il giorno di Natale apre i pacchi regalo e, mentre lo fa, si accorge che il pacco della nonna non c’è. Il regalo manca perché la nonna è morta. Marco corre in camera. Si mette a piangere. La madre va a consolarlo. Marco prende coscienza, in quel momento, di che cosa significhi la mancanza di una persona cara. Pagina 80 da La felicità terrena, edizione Einaudi:

Un giorno la mamma è venuta a prenderci alla colonia con l’automobile e ci ha detto che la nonna non c’era più. […] Il papà era molto triste. Noi siamo stati mandati a letto nella nostra stanza. La nostra stanza nella casa della nonna ha una tappezzeria con dipinte tante farfalle. Mi è sempre piaciuto guardare le farfalle ma quella sera, prima che prendessi sonno, mi facevano paura. Mi sembrava di vedere le ombre e i fantasmi. Che le farfalle volassero nella stanza, e io sentissi sul viso il piccolo vento delle loro ali”.

Giulio ha perso Lucia. Sente la sua mancanza al punto che arriva a vedere frammenti di Lucia in tutte le donne che conosce dopo di lei. Lucia è sempre presente. Anche se Giulio non usa questa parola, Lucia è un fantasma. Un giorno Giulio va in vacanza con amici a pochi chilometri da dove Lucia ha preso male una curva, è sbandata e morta. Giulio prende i mezzi e ritorna dove è avvenuto l’incidente. Sta lì, si fuma una sigaretta. Poi torna nel residence e chiede solo agli amici di stare un po’ per conto suo. Dopo quella visita, Giulio si accorge di non pensare più a Lucia. Il fantasma è svanito.

la nuova edizione de “Il male naturale”

La lente di Mozzi, come si vede da questi esempi, ingrandisce il momento di purificazione o chiarificazione o liberazione dei suoi personaggi. L’autore di Padova cerca di cogliere e raccontare precisamente quel momento: quei minuti in cui una cosa si manifesta sotto una luce diversa o un sentimento subisce una trasformazione. Precisamente quello scorcio. Il resto, nelle storie di Mozzi, conta quel che conta. Chi siano i personaggi. Il lavoro. Questo è sullo sfondo. Raramente Mozzi racconta per esteso una vita e quando lo fa, si concentra soprattutto sul profilo più spiccatamente etico. È il caso di «Morte di Richesse» ouverture della raccolta Il male naturale e di «Una vita felice» start della raccolta La felicità terrena. Richesse e Severo sono ritratti come persone che si sforzano entrambe di comportarsi secondo giustizia.

Credo che poche persone come Severo percepissero la santità del ministero sacerdotale. Un altro allievo dell’Istituto della stessa generazione di Severo, diventò poi sacerdote. Non ho conosciuta nessun’altra persona ripiena della virtù dell’obbedienza, altrettanto incondizionatamente obbediente alla voce divina, vero servo dei servi. Il sacerdote che trasforma il pane e perdona i peccati è un uomo che non esiste quasi più come uomo: è come il letto di un fiume, è il luogo che lascia passare la corrente e non è né il fiume né la corrente. Credo che Severo non sarebbe stato capace di una simile arrendevolezza.

Severo, come il compagno d’Istituto, si sforza, pur non riuscendo, di essere servo dei servi; ed esattamente questo è Richesse: un servitore. E il resoconto della sua vita offerto dal suo affezionato aiutante, così si conchiude:

Credo che si possa dire così: che Richesse desiderava così tanto essere un uomo giusto, che a volte si dimenticava di salvarsi la pelle.

In ogni caso, a parte qualche eccezione, e oltre a quel che abbiamo già detto, nei racconti di Giulio Mozzi le storie rimangono decisamente sullo sfondo. Le mutazioni dei personaggi non sono mai il risultato di un accadimento singolare, men che meno eccezionale o spettacolare. A Mozzi importa solo porgere al lettore la fotografia di un palpito di crescita.

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Sarà che eravamo all’inizio

influencer dart fenerDicono che i social media ormai hanno preso il posto delle “vecchie” fonti di informazione. Eppure ricordo che quando lavoravo al giornale e il direttore doveva decidere a chi affidare un editoriale su un tema delicato, c’era sì il desiderio di essere la penna prescelta – a conferma della stima guadagnata – ma più di tutto fra i colleghi aleggiava un clima da interrogazione a scuola. Sarà che eravamo tutti all’inizio: nessuno voleva essere scelto davvero perché sentivamo il peso di un compito del genere, dire la propria, esprimersi su un fatto più che raccontarlo o dare una notizia; responsabilità verso chi leggeva la nostra quotidiana opera collettiva e verso i colleghi su cui, in qualche modo, si sarebbe riflettuto quel pezzo di opinione.

Sarà che eravamo tutti all’inizio, ma se c’è una cosa che ho imparato dal tanto vituperato giornalismo ufficiale, oggi, è la prudenza nell’esternare con leggerezza a centinaia di lettori quello che penso, l’inutilità e anche l’idiozia di scoprirmi l’ombelico davanti a tutti. Per questo, ognuno preferiva fare soltanto il suo lavoro e in fondo era contento se quella volta riusciva a tenere soltanto per sé le proprie idee confuse dall’emotività legata all’ultima ora di turno. In quei giorni eri ben felice di sapere tutto sull’ennesimo corteo dei senza casa a Palermo, sull’inaugurazione dell’emporio pizzo free, sulla conferenza di ecoturismo a villa Igiea, sulla rassegna di cortometraggi all’Agricantus, sulla campagna dell’ospedale Civico per la prevenzione del tumore al seno, sui bilanci sociali dei centri di volontariato, sulla protesta degli agricoltori arrivati in città da Vittoria, e niente sulle ultime novità dell’attentato terroristico in Francia.

Perché quelle notizie testimoniavano la realtà nostra, la piccola realtà vicina e comunque più grande dei grandi fatti lontani; distrazione, ma anche confortante promemoria di un’altra vita ancora nostra. In corteo poteva anche capitare di conoscere uno straniero, un emigrato, un musulmano, inserito nella comunità dei disgraziati locali, tanto da protestarci insieme ed essere tenuto in gran conto, fare magari da portavoce e parlare con te a nome di tutti. Finito il giro, si tornava sempre in redazione e, per quanto fosse grave la tragedia lontana, il collega al desk si fermava sempre per l’intervista al telefono, per darti la misura del pezzo da scrivere in massimo mezzora, per ingabbiare le brevi di cronaca o scherzare col caposervizio di sport sulla sfiga della squadra provinciale di basket in trasferta a Lamezia.

La vita al giornale, insomma, ti dava sempre conto del violento e cinico, ma salubre, relativismo di qualunque catastrofe dolorosa potesse consumare tutti quelli che non facevano il nostro mestiere, l’uomo comune. Quello in balia dell’onda anomala nel mare opinionista dei social. Quello che in fondo non esiste ma fanno di tutto per chiamare in vita ogni volta.

Correre in un formicaio

Caro Marco,

ho smesso di scrivere da un paio d’anni. Scrivo così tanto al lavoro che quello che era un canto libero e vivificante s’è imbrigliato nelle bardature della routine. A creare nuove storie mi divertivo, mi ci perdevo.
Ne avrei voluta scrivere una sul posto da dove vengo, e da dove vieni pure tu, per far capire anche agli altri dove si nasconde quella bellezza che acceca e si fa pietra incandescente come chi guardò la Gorgone.
Scendere in fondo sino a dove l’Italia cede il passo ai mari d’Africa con lo scirocco che ti asciuga la voce e i pensieri. Tutto è sospeso qui. Si diventa via via più cinici, tanto che alla fine quel che è diritto via via assume i contorni sfumati del privilegio.

Da un paio di mattine però ho iniziato a correre. Tu in bicicletta, io su questi piedi che già una volta mi hanno portato nell’altro emisfero. Continue reading

Accogliere la vita

Era il 29 gennaio e don Charamsa rispondeva alla domanda importante di un fedele, ampliando nella seconda parte il tema su questioni profonde e basilari che oggi – nove mesi dopo – ha responsabilmente sollevato in tutto il mondo con la sua uscita pubblica. Già pubblicato su Zenit.

Caro Amico,

mi hai posto una domanda. Visto che la domanda è importante, come sono importanti tutte le domande riguardanti la nostra salvezza, questa notte stessa mi sono messo davanti al computer per darti la risposta. Tu mi chiedi: La Santa Messa e altre azioni sacramentali compiute da un sacerdote che è nel peccato sono valide?
Sì. Assolutamente sì. La validità dei sacramenti non dipende dalla santità o meno dei ministri che li amministrano. L’insegnamento di San Tommaso d’Aquino al riguardo è molto chiaro, e non manca di chiarezza la dottrina della Chiesa (cfr Concilio di Trento, Sess. VII, can. 8, DS 851: i sacramenti agiscono “ex opere operato”, ovvero per il fatto stesso di essere posto in atto, e non “ex opere operantis” che richiederebbe la santità del ministro, una bella sintesi di tutto ciò troverai nel catechismo della Chiesa Cattolica nn. 1127-1128).

Su questo punto ci vuole una piena serenità del credente, certo che il peccato dei ministri non “contamina” la validità dell’azione sacramentaria di Dio. È vero che Dio ha affidato alle nostre povere mani i suoi mezzi di salvezza. In un certo senso, si potrebbe dire, nell’incarnazione del Verbo, vuole “dipendere” da noi, si è fatto “dipendere” da noi, ma lasciando che dipenda da Lui la validità dei sacramenti, indipendentemente dai ministri.
Per questa ragione ciò che preoccupa per la validità dei sacramenti è il mantenimento della forma ecclesiale, che assicura la validità dell’azione posta. Credo che per questa ragione la Chiesa addirittura riconosce la validità del battesimo, anche se – nei casi limite – fosse fatto da un pagano. Senza badare al suo personale stato di peccato, ci si preoccupa se tale persona ha compiuto “ciò che intende fare la Chiesa”. Se lo ha fatto, ad esempio, su pressante richiesta di uno morente, desideroso del battesimo, che ha avuto accesso solo a questa persona pagana e non ad un sacerdote o ad un altro cristiano, una volta battezzato con la formula trinitaria, è diventato figlio di Dio e della Chiesa. Tale battesimo, indipendentemente dallo stato personale di colui che, sta battezzando, ha fatto ciò che intende la Chiesa, è valido.

Questa totale libertà di Dio nei confronti della validità in realtà è una responsabilità per noi. Pensa, ad esempio, ad un vescovo scomunicato, che rimane in stato di peccato, (purtroppo succede anche questo), se ordinasse un sacerdote o un altro vescovo, il sacramento conferito sarà valido. Non sarà lecito, ma sarà valido, suscitando drammatiche sofferenze o addirittura scismi nella comunità della Chiesa.
D’altro canto, anche i sacerdoti sospesi non perdono il potere di amministrare validamente i sacramenti. Tale esercizio gli viene vietato, ma non perdono la capacità di celebrare validamente. Per questo in pericolo di morte di una persona, anche un sacerdote sospeso può offrirle il sacramento valido. E quante volte è successo, dando la pace e la grazia di Dio ad un morente.

Ora mi chiedo che cosa intendi quando parli di un sacerdote che è nel peccato. Siamo tutti peccatori. Nessuno di noi è del tutto libero dal peccato. Ultimamente su questo triste fatto insiste il nostro Santo Padre Francesco, fino al punto che a molti è apparso incomodo se non insopportabile (forse perché provvidenzialmente ha toccato il nascosto problema delle loro anime). Prima del Papa, però, come ricordi bene, era il nostro Signore a dirci “chi è senza peccato, lanci la prima pietra” Come per dire: “quelli senza peccato, avanti, colpite rapido e efficace”… Siamo peccatori e questo influisce purtroppo sui frutti spirituali dei sacramenti, ma in questo campo (non di validità oggettiva, ma di frutti che si instaurano nell’animo), ciascuno è responsabile per se stesso. Continue reading

Bastia, Bestia, Bastiani: arrivano i Tartari

Nominato idoneo, Marco Bisanti partì una mattina di giugno dalla città per raggiungere la fortezza Bastia Umbra, sua prima prova di concorso. No, mi sono confuso. Ecco lo spartito originale: Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione. Sì, questo è l’incipit giusto. Le assonanze a volte ti portano dove vogliono loro. Qualche collega giornalista ha pensato di esorcizzare il test che ci aspetta domani – prima tappa per portare da 5000 a 100 l’ingresso in Rai di nuovi cadetti catodici – uscendosene con la Bestia Umbra; a me è venuto in mente di trovarmi nella fantasia di Dino Buzzati.

E mi sono detto aspetta, ma se, al contrario dell’ufficiale solitario che troverà aperte le porte della Fortezza, noi saremo tanti e cercheremo di espugnarle, le torri del quizzone Bastiano, sì insomma, non è che i Tartari siamo noi? E cosa vorrebbe dire? Essere uno dei Tartari dovrebbe almeno garantire dal male dell’infinita attesa che fa languire le vedette, votate all’unico gesto che nessuna urgenza impone mai di compiere. Eppure, in mezzo alle due figure c’è lo stesso deserto. E se la vedetta resta a lungo in attesa è perché anche i Tartari aspettano qualcosa, prima di sferrare l’attacco alla fortezza.

Così anche la vita di chi terrorizza le guardie con la minaccia di sconfinare – sarà anche più varia, meno noiosa – è piena di attesa. Non sarà un’attesa protetta e capace di imbastire miti e leggende, o spostare eserciti sulla comparsa appena vaga di un lumicino nella notte incavata che fugge al binocolo: tanto più che, ad accendere quel lumino, in quel momento dovrei esserci proprio io, in quanto tartaro, il che non mi lascerebbe tempo per divagazioni analoghe. Ma resta comunque fatta di attesa, la vita di noi Tartari. Mi chiedo allora cos’è che aspettiamo: a noi non viene incontro nessuno. Siamo noi gli invasori. Forse però la vera domanda è un’altra: vogliamo davvero invadere la città, o siamo solo gelosi della vista sul deserto che c’è dalla torre, dove vogliamo piantarci anche noi? Continue reading