392° Festino di Santa Rosalia. La festa dei palermitani

“Il festino di Santa Rosalia appartiene alla città e ad ogni palermitano. In questa edizione – spiega il direttore artistico, Lollo Franco – il tema scelto dall’amministrazione comunale fa riferimento alla valorizzazione del percorso Arabo-Normanno riconosciuto dall’UNESCO Patrimonio Mondiale per l’Umanità e alle tradizioni e alla cultura popolare in occasione del Centenario di Giuseppe Pitrè, il grande studioso il cui immenso lavoro si intreccia col tempo di oggi, come a perpetuare l’idea di una cultura dello spettacolo che supera i limiti del tempo. Tutto ciò sposa la mia storia di artista per avere sempre dato lustro al teatro “popolare e di ricerca delle tradizioni” che ha accompagnato la mia carriera di attore, regista, organizzatore di grandi eventi e per la grande conoscenza del territorio palermitano e della storia della nostra città”.

Un Festino, quindi, di grande tradizione ma anche di grande innovazione a partire dalla ideazione del carro che si ispira al carro del Pitrè sviluppandosi in altezza, un carro ricco di decori: Triumphus lucis ma che stupirà per la sua caratteristica di scomposizione-composizione. Leggi tutto “392° Festino di Santa Rosalia. La festa dei palermitani”

Millemilano

Milano, questa città fatta di tante città, ti conquista giorno dopo giorno. È come una donna, si impara a conoscerne tic, abitudini, il suo modo di guardare e di guidarti.

Milano cambia e tu cambi con lei, si srotola tra i nuovi colori della metro, con lo skyline che gioca a nascondino tra il ritorno della nebbia e nuovi palazzi che giocano a farne una nuova terra di opportunità. Negli anni, tra custodi di palazzo pronti a raccontarti la loro milano e noi – orgogliosamente terroni, sparpagliati qui come semi al vento con le nostre vocali dilatate e raddoppiate a caso – sempre pronti a far fronte comune tra tutti quelli che vengono da sotto la linea del Po, c’è una solidarietà nuova.

Una foto pubblicata da Antonino Pintacuda (@antoninopintacuda) in data:

Non ci sono più le case a ringhiera, lasciate agli artisti ma ci sono coinquilini che ti donano un po’ del loro bagaglio, come una cena del Sud ben riuscita con quel poco che con pane e fantasia riesci a mettere sul fornello. C’è la Milano sotto la pioggia grigia e fatta di cera squagliata, quella di sole e azzurro da far impallidire il nostro solleone che scolora il giallo del tufo cavato dalle pirriere, c’è la Milano ‘allicchitata’, di gente che spende tutto in aperitivi e boutique per poi fiondarsi sui buffet degli chef stellati con la stessa fame atavica di Totò che si riempiva le tasche di maccheroni. Sono già sei gli anni all’ombra della Madonnina. Con lo skyline cambiato e la mappa della metropolitana ancora più colorata.

Qui va davvero tutto più veloce, già dopo un solo lustro posso dire che ‘mi ricordo’ quando la gialla arrivava solo a Maciachini e di lilla c’era solo la mucca della Milka in perenne offerta all’Esselunga. A Natale ho riabbracciato il mio vecchio compagno di stanza, Carlo. Lui ha l’entusiasmo che hanno i bambini all’alba delle scoperte. Ci siamo rivisti sul lungomare di Bari, mentre iniziava a piovere una pioggerellina sottile che slavava via i pensieri e i ricordi. Si ricordavano gli anni del convitto, le prime nevicate, il modo in cui questa Milano ti cambia in un modo irreversibile, spalancandoti la testa e facendoti dire addio per sempre alla gabbia dorata dell’inamovibile Sud in cui tutto, ciclicamente, si ripete.

Quest’anno è tornata pure la nebbia, così fitta che non si vedevano manco i lampioni.

Una foto pubblicata da Antonino Pintacuda (@antoninopintacuda) in data:


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Vogliamo solo il cielo

Giovanni e la moglie e la scorta oggi sono nervosi, è la vigilia della loro festa e staranno tutto il giorno a provare i vestiti e non mangiare niente per entrare nelle cinte strette di quando erano più giovani, viventi. Lo vedi tu cos’è questo nuovo linguaggio che ha fatto del superfluo realtà cui davvero vale dare forma, mentre prima restavano solo pensieri, quelle tante cose che ora ci sentiamo di mettere nero volatile sul blu dei diari virtuali. Quando invece l’unico pensiero che vale e anni fa sarebbe rimasto nell’aria è la rispettosa dolcezza di un suo collaboratore che, in una intervista letta pochi giorni fa, continuava a chiamarlo dottor Falcone. E poi lo sai che non sono loro a prepararsi, che non è loro questa vigilia ma nostra, e se potessero dire qualcosa loro davvero sarebbe: levateci questi di simboli di dosso, vogliamo solo il cielo.

Palermo, Scianna

Elsa Morante, L’isola di Arturo

arturo moranteIn questa conversazione, s’era fatta sera scrive Elsa lasciandomi incredulo davanti a tanta bellezza, e decido per me che fu una poetessa. Perché con queste parole, nelle ultime pagine di Arturo la sera, la chiusa, il momento finale si innesta nelle cose, non viene dopo di esse; la sera non arriva dopo un dialogo, un fatto, un evento; ma si fa nella durata, impregna di sé quello che accade, compresa la lettura del libro, che per me si è conclusa ieri nel vespro di villa Celimontana.

Avrei potuto scegliere molti passaggi, molto più lirici, come ho già fatto qui. Ma Mi raccomando, eh: i fogli scritti prendili tutti, non lasciarne nessuno, che quelli sono importanti, perché io sono uno scrittore, dice Arturo al balio Silvestro, ricordandomi che è un organismo indivisibile l’opera di Elsa e, per quanto validi, nessun estratto restituirebbe per intero l’incanto della sua isola. Sì, ho il fondato sospetto che quel discorso non fosse del tutto sbagliato. Il sospetto, non proprio la certezza… Così dunque la vita è rimasta un mistero. E io stesso, per me, sono ancora il primo mistero!, confessa in terzultima pagina il moro dandomi l’onestà di una vita com’è la vita, irrisolta linea anche dove incontra una cesura, interrompendosi e quindi in teoria diventando fase circoscritta e comprensibile – quella dell’infanzia – che però conserva i suoi misteri fino al presente.

Potrei dilungarmi sulla trascinante capacità di Arturo nel farti amare e poi odiare la stessa isola nei momenti in cui è lui stesso ad amarla e poi odiarla, contagiandoti la medesima voglia di partire per sempre e abbandonare, per una volta serenamente, un gran libro. Tanto più che, iniziando a leggerlo a settembre e vivendo più volte il ritorno alle sue pagine dopo lunghe e improvvise assenze, identiche a quelle cicliche del padre di Arturo dall’isola, alla fine avevo sviluppato un insolito desiderio di finirlo. Invece, alla fine effettiva mi ha preso quell’incantevole smarrimento già provato al termine di altre grandi letture, che fa del mondo un immenso orfanotrofio a cui tornare con un nuovo bagaglio di misteri orfici, come dopo un’altra iniziazione.

Potrebbe già essere solo questo Elsa Morante, potrebbe la sua opera intera e la sua vita tutta giustificarsi per me sull’esclusiva base di questo romanzo. Ma il fatto stesso che trovando altri motivi abbia scritto altri libri, validi o meno validi, mi dice una qualità che d’ora in poi riterrò misura di valore e condizione di riconoscimento del vero scrittore: la generosità. Generosa donna e artista vera proprio perché generosa, sovrabbondante grazia nelle pagine e frequente rilancio di un amore, in parte rimasto a lei stessa misterioso, che però mi è arrivato. Eccome se è arrivato.

[Il post è già apparso su L’esageratOre]

Il sapore più amaro del mondo

Ho accusato il colpo e non ho queste parole. Nell’orrido muto della delusione aspetto di sentire davvero cosa risponderà Pino alle evidenze. Pino Maniàci, che fosse pazzo l’avevo capito subito andandolo a conoscere. Non si è mai dato tempo per pensare, per essere prudente mai: facile che abbia mischiato le buone cose fatte alle cose brutte sue personali, fatte anche quelle credendo vero di appartenere ancora solo a se stesso, mi sono detto oggi, e non a chi vedeva in lui un punto di riferimento. È sempre stato tutto un coacervo, tutto mischiato: Telejato era lui (non il ritratto intuitivo di un santo) e lui era Telejato (santificata per meriti reali e per necessità collettiva), identificazione che Orsatti chiede di spezzare; miscuglio per cui ai mafiosi parlava la loro lingua e spesso lasciava indietro la deontologia dei tesserini, usando maniere più che sufficienti a buttare il bimbo con l’acqua sporca per chiunque lo volesse. Nell’unico e remoto caso in cui riuscirà a spiegare tutto, questa di oggi è la solitudine dell’uomo antimafia. Unico e remoto caso.

Resta difficile credere che nell’asfittica Partinico, se hai tanto potere intimidatorio e lo eserciti su politici e nomi influenti, tu non debba rendere conto a nessuno dei poteri che ti preesistono. Sfruttare di mala intenzione l’antimafia è un atto mafioso. Allora però, in quel contesto minuscolo Pino avrebbe dovuto far parte del clan, non so se mi spiego: sono zone in cui è difficile pensare che possa circolare un cane sciolto e senza padroni per così tanti anni. Della sua estraneità alle famiglie, però, siamo ancora certi. Così come siamo certi che iniziò a parlare delle magagne nella gestione dei beni confiscati un anno prima rispetto all’esplosione del “caso Saguto”. Questi due dati mi hanno fatto pensare che, nella più plausibile realtà grigia in cui l’uomo è quello che è, sulla effettiva base di ciò che Pino ha fatto di sbagliato, liberarsi di una scheggia impazzita era una cosa utile a molti. Perché se rompi le palle a una parte, non puoi romperle anche all’altra, se entrambe sono nate molto prima di te e ti sopravvivranno comunque. Così, da oggi Pino non potrà più fare danni a nessuno, né ai buoni, né ai cattivi.

Sulla base evidente dei suoi sbagli, infatti, il risultato è che lo mandano via da Partinico. Se le prove sono così schiaccianti, però, che motivo c’è di allontanarlo dal suo territorio? Non vedo rischi di possibile inquinamento da parte sua. Con questo allontanamento, invece, la scheggia impazzita non potrà più fare danni a nessuna delle due parti. Le due parti… Crescere in Sicilia ti fa capire, prima che altrove, che la realtà è un pane grigio ma, allo stesso tempo, è in quella trincea che si sente maggiore il bisogno di appigliarsi a figure cristalline e senza macchia. Contraddizione dilaniante. Come dice un’amica, forse è proprio questa la cosa più triste: il perpetuarsi invincibile dell’ideale di purezza assoluta col quale rivestiamo e incastriamo i “nostri eroi”. Perché sapere (per esperienza personale!) che presto o tardi si macchiano di qualche grave misfatto o lieve colpa, ci assolve tutti dal credere vero e possibile l’impegno della vita per un mondo migliore.

Questo post è già apparso ieri su L’esageratore

il pianto degli anarchici, enrico baj